Venerdì 10 Gennaio 2014

Pendolari, l’incubo dei ritardi

«Ho perso sei mesi della mia vita»

Nessuno pretende le puntualità maniacale dei giapponesi (sulla linea Osaka-Tokio si stimano ritardi medi inferiori ai dieci secondi), ma c’è chi sulla linea Bergamo-Milano ha calcolato di aver perso, a causa dei ritardi, quasi mezzo anno della sua vita.

Nell’allegato l’intervista audio con il racconto di Bruno Battista

È la storia di Bruno Battista, del Comitato pendolari bergamaschi, che abbiamo intervistato per tracciare un bilancio della giornata da incubo di giovedì, con una dozzina di treni soppressi o in forte ritardo per la caduta della linea aerea al passaggio di un convoglio.

«Dieci minuti oggi, cinque domani, questa volta due ore: solo per i ritardi - ci ha detto Battista - ho perdo in media l’equivalente in ore di una settimana di vita». Ventiquattr’ore su 24, il che si traduce in pratica in un tempo molto più lungo.

Bruno Battista viaggia da 25 anni: il calcolo è molto semplice, perché una settimana buttata via in ritardi, moltiplicato per 25, significa molto più di mezzo anno di vita sprecata.

«E poi - dice il rappresentante dei pendolari - non bisogna dimenticare che per andare da Bergamo a Milano, o viceversa, in media servono una cinquantina di minuti. Gli stessi che servivano 25 anni fa, e lo stesso tempo di percorrenza di alcuni convogli nell’immediato Dopoguerra».

Giovedì Battista ha subito una doppia beffa: partito alle 6,32 da Bergamo, è rimasto bloccato sul treno che ha tranciato la linea aerea; morale, in ufficio a Milano è arrivato alle 9,40 invece che alle 7,40. Al pomeriggio doveva tornare a Bergamo per raccontare - in diretta dai microfoni del telegiornale di BergamoTv - la giornata da incubo.

Si è presentato a Lambrate per prendere il treno delle 17,49: peccato che il convoglio sia stato soppresso. Di nuovo la morale: ha dovuto prendere un treno da Lambrate a Centrale (cioè è tornato indietro) per prendere il treno successivo e sedersi; se fosse rimasto a Lambrate avrebbe dovuto fare tutto il viaggio in piedi perché quel convoglio è sempre strapieno.

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