Sanità, la diagnosi c’è
ma è la cura che manca

La diagnosi c’è, la cura manca. La prima - autorevolissima - è dello stesso ministro, Beatrice Lorenzin: «Il vero problema della sanità è la governance. Cattivi manager, cattivi direttori generali, cattivi direttori sanitari, cattivi primari, cattivi assessori alla Salute...».

La diagnosi c’è, la cura manca. La prima - autorevolissima - è dello stesso ministro, Beatrice Lorenzin: «Il vero problema della sanità è la governance. Cattivi manager, cattivi direttori generali, cattivi direttori sanitari, cattivi primari, cattivi assessori alla Salute...». Nulla da eccepire, fotografia perfetta di una malattia endemica su tutto il territorio nazionale, con sacche più accentuate in alcune zone dello Stivale, ma che da Nord a Sud non risparmia davvero nessuno, Bergamasca compresa.

Sulla seconda, invece, la discussione è ancora aperta: si parte dai temutissimi «tagli» (contro i quali i governatori di Veneto e Lombardia, Zaia e Maroni, sono pronti a dichiarare lo sciopero fiscale) per arrivare ad una ancora incerta «revisione» delle spese capace di produrre un significativo risparmio, almeno 900 milioni di euro, già nel corso del prossimo anno. Concorrerà a questa voce l’avvio - assolutamente tardivo, vista la situazione economica del nostro Paese - delle centrali uniche di acquisto, grazie alle quali sarà possibile (o almeno dovrebbe esserlo, speriamo...) abbattere i costi standard, rendendoli nel contempo più omogenei tra le diverse regioni italiane.

Le dichiarazioni di Zaia e Maroni suonano più da campagna elettorale (un po’ come quelle del governatore lombardo, che voleva trattenere al di qua del Po il 70% delle tasse dei suoi amministrati...), ma è fuor di dubbio che Zaia ha ragione da vendere quando confronta con il resto del Paese alcune voci di spesa sostenute nella sua regione, da quelle per bende e garze idrofile (0.04 euro a confezione in Veneto, 0.19 euro altrove, con un incremento del 650%) agli steli femorali per gli interventi ortopedici (187,46 euro in Veneto, il 630% in più in altri parti d’Italia), fino agli stent coronarici (196,56 euro in Veneto, il 200% in più in giro per il Bel Paese). Nel mezzo, aumenti del 100% per un’agocannula o per una fiala di epoetina, piuttosto che per il vaccino contro il papillomavirus o i servizi di pulizia.

Va da se, dunque, che mettere ordine in un simile guazzabuglio è ormai inderogabile. In termini percentuali, la centrale unica di acquisto dovrebbe garantire risparmi compresi almeno tra il 20 e il 30% (tantissimi soldi), quota destinata ad oscillare anche in base ai tempi di emissione della rimessa di pagamento: più è vicina alla data di acquisto, più lo sconto aumenta. E viceversa.

Molto, poi, si può fare anche sul fronte dell’organizzazione ospedaliera interna, dove gli sprechi - appunto - si sprecano, soprattutto nel settore pubblico. Che dire di ricoveri inappropriati o, peggio, inutili? Che dire dei weekend trascorsi in ospedale a «scaldare» il letto in attesa degli esami programmati per il lunedì? Che dire di macchinari e strumenti diagnostici forzosamente fermi perché manca il personale per poterli utilizzare? Fate due conti e la risposta la troverete da soli.

Da alcune settimane, Regione Lombardia sta sperimentando l’apertura di una serie di ambulatori per visite ed esami sia nelle sere dei giorni feriali (dalle 18 alle 22) sia il sabato e la domenica mattina. Un’operazione da 15 milioni di euro l’anno e che fino ad oggi, dice Maroni, ha dato ottimi risultati. Ma al di là del fatto che non sono molte le Regioni italiane che si possono permettere un simile sforzo economico (la Lombardia è forse l’unica...), l’operazione è rivolta all’abbattimento delle liste d’attesa (lunghe anche nella Bergamasca) e non ad una vera e proprio riorganizzazione dell’attività ospedaliera, se non nella misura necessaria a soddisfare quest’ultima esigenza. L’impressione però - fermo restando il blocco delle assunzioni in ambito pubblico - è che la coperta resti comunque corta, e che tirandola di qua e di là copra solamente «a geometria variabile», lasciando libero ora un settore, ora un altro. La «sensibilità» di Maroni agli ipotetici tagli passa anche da qui, senza contare che eventuali riduzioni di fondi «sanitari» nel forziere del Pirellone metterebbero seriamente a rischio l’obiettivo - già dichiarato dal governatore lombardo - di abolire i ticket nel 2015.

E la politica? In vero, si potrebbe fare qualcosa anche lì, visto che la diagnosi del ministro punta l’indice su una cattiva governance, peraltro espressione della stessa politica che la mette sotto accusa. Qui, qualche taglio lineare - ormai praticamente impossibile nell’ambito sanitario puro - lo si potrebbe fare sul serio.

Le valutazioni dell’operato dei diversi direttori (generali, sanitari, amministrativi e sociali, quest’ultimi per le Asl) sono ampiamente previste, ma si tratta - checché se ne dica - di strumenti davvero risibili, che, alla fine di tutto e al netto dei conti (e degli sconti...) politici finiscono sempre con il salvare capra e cavoli: qualcuno è più bravo di un altro e qualcun’altro è meno bravo di qualcun’altro ancora, ma di poco... Con il risultato che tutti raggiungono gli obiettivi previsti, e che a tutti vengono liquidati i rispettivi «premi». Cosa poi si debba premiare, in tempi di vacche magre, resta un mistero, anche perché gli stipendi base sono certamente al di sopra della media. Di licenziamenti, comunque, neanche l’ombra, salvo a seguito di provvedimenti presi dalla magistratura. Ma anche qui, più sospensioni che altro, e senza fretta.

E invece sarebbe davvero il tempo di verificare seriamente la qualità del lavoro dei nostri manager, valutando con lungimiranza (e non con la consueta miopia) i loro risultati, compresi quelli legati al rapporto tra i costi e i benefici degli interventi programmati sul territorio. Molti di loro non avrebbero nulla da temere, per serietà, competenza e risultati. Molti, ma non tutti...

Alberto Ceresoli

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