Giovedì 17 Aprile 2014

Sempre più bergamaschi in crisi

Il vescovo chiede aiuto ai sacerdoti

La Messa del Crisma in cattedrale
(Foto by Yuri Colleoni)

In Cattedrale il vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi, ha presieduto la Messa del Crisma e nella sua intensa omelia ha ricordato più volte Papa Giovanni XXIII, «seminatore di speranza in ogni luogo».

Il vescovo ha annunciato i due segni per i quali in questa Pasqua chiede l’impegno dei sacerdoti e delle comunità. Il primo invito è volto a mettere a disposizione una mensilità del proprio stipendio «non solo per aiutare le famiglie e i disoccupati, ma soprattutto per alimentare la speranza», pur nella consapevolezza che urgono provvedimenti strutturali per superare la crisi.

Il secondo segno concerne la canonizzazione di Papa Giovanni XXIII: «C’è chi sarà a Roma, molti saranno a Sotto il Monte, ma ancor più fedeli saranno nelle parrocchie. Invito tutti a vivere la giornata attraverso l’Eucarestia, la festa e la vicinanza ai malati e a chi soffre».

Giovedì 17 aprile si è parlato anche del Fondo diocesano di solidarietà: sono 3.241 le persone che dal 2009 al 2013 si sono rivolte al Fondo famiglia istituito dalla Caritas esattamente cinque anni fa. Un numero considerevole, ma che è soltanto la punta dell’iceberg, visto che la povertà colpisce il 10% delle famiglie bergamasche.

Nel 2013 sono state ascoltate 890 persone, in assoluto il numero più alto e il 29% di loro sono italiane. «Al principio - ha ricordato don Claudio Visconti, direttore della Caritas - erano stranieri, ora arrivano anche le famiglie bergamasche che non ce la fanno più». Il problema è che chi ha perduto il lavoro non riesce a reinserirsi: lo conferma l’aumento progressivo dell’età dei capofamiglia compresa tra i 46 e i 60 anni, pari al 35% del totale.

Il 72% delle persone che si sono rivolte al servizio risultano essere senza titolo o con un titolo di studio basso e il 76,4% delle persone svolge o svolgeva l’attività di operaio. Nel 2014 verrà dato maggior risalto alla tematica lavorativa. È emersa l’importanza di pensare alla possibilità che le persone coinvolte, in cambio di alcuni contributi economici, restituiscano alla comunità alcune ore di lavoro.

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