Lunedì 27 Gennaio 2014

«Tornato a vivere dopo 52 giorni»

La sua storia diventa un film

Marcello Salvi

Fino a 34 anni aveva una vita briosa, fatta di lavoro e di passioni, poi il buio causato da una fragilità vascolare congenita al cervello che l’ha tenuto per 52 giorni in coma profondo. Ma alla fine è arrivato il risveglio e quindi la rinascita con la riabilitazione, che dura tutt’ora due volte la settimana alla piscina comunale di Brembate Sopra con il fisioterapista.

È la storia di Marcello Salvi, che oggi ha 42 anni e abita a Bergamo. Una storia che il regista Alberto Nacci ha voluto trasportare in un film documentario per offrire una testimonianza di speranza a tutte quelle famiglie che vivono situazioni come quella di Marcello. Il filmato, che ha richiesto due anni di lavoro e 295 montaggi, è pronto: dura diciassette minuti e mezzo, ed è stato fatto vedere per ora solo ai familiari. A marzo ci sarà la presentazione ufficiale a Bergamo. Il titolo è «Una luce bianca», la luce che Marcello vide quando era in coma con la figura del nonno materno Mario che gli disse: «Torna indietro Marcello, non è ancora arrivato il tuo momento».

Marcello era un giovane che aveva studiato prima al Liceo classico Paolo Sarpi e quindi Giurisprudenza all’Università, entrando poi a lavorare nello studio del padre. In quegli anni faceva molto sport, nonostante i suoi 127 chili: per otto anni è stato giocatore di pallanuoto e poi per tre anni di rugby. Aveva la fidanzata e viveva indipendente in un appartamento che divideva con un suo amico. Era ed è tutt’ora un grande appassionato dell’Atalanta: faceva parte delle «Brigate Neroazzurre».

Il 18 aprile 2006, venerdì santo, Marcello Salvi non si presenta al lavoro e quando il padre Luigi viene a saperlo dalla segretaria si reca con la moglie Ines nel suo appartamento. Lo trovano in stato confusionale e dopo una visita dal medico di famiglia, subito lo portano all’ospedale di Bergamo, nel reparto di Neurochirurgia. I medici scoprono che è in corso un’emorragia subaracnoidea dovuta a ischemia congenita e lo operano.

Tutto sembra andato bene, ma subito dopo subentrano varie complicanze che lo portano in coma per 52 giorni. Papà Luigi, mamma Ines e la sorella Carolina sperano sempre in un suo risveglio. I molti amici gli si stringono attorno, si siedono nel corridoio in attesa di notizie che non arrivano. Perfino gli amici dei Paesi Baschi (Spagna), dove Marcello ogni anno si recava una decina di giorni in ferie a Pamplona, vengono a trovarlo all’ospedale di Bergamo. Le «Brigate Neroazzurre» collocano allo stadio durante le partite un grande striscione con scritto: «Marcello tieni duro». Sono momenti difficili, ma sempre pieni di speranza per la famiglia, che il regista Alberto Nacci nel film ha saputo narrare con maestria e forti emozioni.

Quando ogni speranza sembra svanire, ecco il miracolo: Marcello inizia a dare segni di attività cerebrale e si risveglia. La vicinanza fatta di affetto e di amore dei familiari e dei tanti amici è stata determinante per il suo risveglio. «Bisogna sempre tenere duro, comunque si può venire fuori dalle situazioni difficili», dice Marcello ricordando quei momenti. Subito si dà inizio alla riabilitazione che non è semplice, perché Marcello non parla e non riesce a muovere neppure un dito. Oltretutto intervengono ancora complicanze di vario genere e i medici sono costretti a fare ben dieci interventi nel giro di pochi anni.

Con il risveglio, però, Marcello inizia una nuova vita, anche se per due anni non riesce a parlare, facendosi capire a gesti; non riesce a muoversi: è come immobilizzato. Però, la voglia di vivere e ritornare a fare le cose di una volta spronano la sua volontà che non viene mai meno ed affronta giorno dopo giorno la fatiche della ripresa fisica. Prima al Centro di riabilitazione di Mozzo, dove è stato ricoverato a lungo grazie alla massima disponibilità del direttore, dottor Guido Molinero, che ha seguito tutte le fasi che hanno permesso a Marcello di riacquistare una completa autonomia motoria e funzionale.

Poi il recupero e il mantenimento nella piscina comunale di Brembate Sopra, dove è giunto in carrozzina ed ora, invece, arriva a piedi; è seguito dal fisioterapista Giovanni Attilio Colombo che tutt’ora guida la sua ripresa, sempre in crescendo, per due volte la settimana. La sua gran voglia di vivere lo ha portato a un tale recupero che da poco ha avuto la patente ed è andato ancora a vivere da solo, accanto alla sorella Carolina, oltre ad iniziare a lavorare.

Angelo Monzani

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