Ultraleggero, il giallo del paracadute
«Perché Giacomo non l’ha azionato?»

«Gli aerei come i nostri non sono dotati di scatola nera e ancora non capisco come mai Giacomo non abbia azionato il paracadute». Parlare il pilota dell’aereo che sabato scorso, decollato da Capriate, si stava dirigendo all’isola d’Elba insieme al Dynamic pilotato da Giacomo Malacchi di Taleggio che era precipitato .

Ultraleggero, il giallo del paracadute «Perché Giacomo non l’ha azionato?»

«Gli aerei come i nostri non sono dotati di scatola nera e ancora non capisco come mai Giacomo non abbia azionato il paracadute. La maniglia per utilizzarlo si trova all’altezza del pilota: se qualcosa va male la si tira, viene azionata una carica esplosiva che inietta fuori il paracadute che accompagna a terra il velivolo. Non riesco a capire perché non sia stato attivato, forse perchè il tempo di reazione era troppo poco? Sapremo cosa è successo solo quando Giacomo si sarà ripreso completamente».

A parlare è Tino, il pilota dell’aereo che sabato scorso, decollato da Capriate, si stava dirigendo all’isola d’Elba insieme al Dynamic pilotato da Giacomo Malacchi di Taleggio che era precipitato sull’Appennino parmense.

Nello schianto era morto il passeggero, Roberto Agnolotti di Milano, mentre Malacchi si trova tuttora ricoverato in condizioni critiche all’Ospedale Maggiore di Parma. Proprio Tino si era accorto per primo che qualcosa non andava sabato scorso, quando non ha più visto il Dynamic dell’amico Giacomo sulla sua visuale.

Anche lui, 56 anni, piccolo imprenditore bergamasco, sette anni fa è stato letteralmente «catturato» dal volo, un amore nato però ancora prima, con diversi anni di pratica del parapendio. E questa passione la condivide con una ventina di amici che spesso si ritrovano per fare dei viaggi.

«Siamo tutti qui in attesa di avere buone notizie da parte di Giacomo – continua il pilota –, speriamo che si riprenda e racconti cosa è successo perché ancora non riusciamo a spiegarci come sia potuto accadere e perché possiamo capire e imparare, affinché non capiti di nuovo».

«Quella mattina siamo partiti presto – ricorda ancora Tino –, alle 6,45 con destinazione l’aeroporto sull’isola d’Elba, una meta piuttosto usuale. Erano mesi che se ne parlava, attendevamo solo che il tempo ci concedesse una bella giornata». Non è la prima volta che i due amici andavano all’Isola d’Elba. La procedura ormai la conoscevano a memoria: la partenza, quindi il volo, l’arrivo all’aeroporto, la chiamata in attesa dell’autorizzazione all’atterraggio, parcheggiare il velivolo la giornata sull’isola, prima di rientrare».

Leggi di più su L’Eco di Bergamo del 15 agosto 2014

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