Domenica 28 Ottobre 2012

Paleari: «Un modello è finito
La Val Seriana deve andare oltre»

Se Honegger è il simbolo caduto della Val Seriana, come pensare il dopo? Lo chiediamo a Stefano Paleari, rettore dell'Università di Bergamo, esperto di finanziamento e valutazione d'imprese e corporate governance.

Può esprimere un giudizio sulla situazione della Val Seriana?
«Conosco la realtà della Valle e per prima cosa esprimo solidarietà alle persone. Ma se Honegger è un simbolo, non possiamo dimenticare tutte le altre industrie chiuse in questi dieci anni. La verità è che è finito un modello economico e le conseguenze sono aspre come in una guerra, perché un mondo finisce e non sono ancora chiari i contorni di quello nuovo».

Di questo la gente si è accorta.
«É saltato il modello industriale che ha governato la nostra crescita negli ultimi 50 anni e ne risentono le zone, come la Val Seriana, dove il vecchio modello era più forte. Non è solo il tessile: se prendiamo alcuni dati di produzione nazionale vediamo che nel 2012 la produzione di elettrodomestici bianchi è tornata ai livelli del 1987. Abbiamo prodotto un milione e 600 mila auto nel 2002, 550 mila quest'anno. In Val Seriana è saltata la filiera, il fatto che l'imprenditorialità diffusa era legata a catene di aziende terziste dove solo la capofila era in cerca di mercati».

Per cui in Val Seriana cosa si fa?
«Si cerca di rendere il territorio più appetibile per gli investimenti. Il patrimonio diffuso di professionalità c'è e può essere offerto come valore. Quello che fa fuggire gli investimenti sono la burocrazia soffocante, l'inaffidabilità delle regole che cambiano troppo spesso e sono diverse a pochi chilometri di distanza. Tutto questo aumenta i costi e diminuisce la produttività, che non è un fatto delle aziende, ma del territorio».

Una valle «economics-friendly»?
«Sì, facile da usare per chi vuole fare economia. Poi bisogna chiedersi dove si vuole creare occupazione, in che campi nuovi, che la Valle non ha mai affrontato: che cosa si può salvare o trasformare della tradizione».

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m.sanfilippo

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