Giovedì 25 Settembre 2014

Cassa integrazione senza rotazione

Calcestruzzi risarcisce dipendente

Un'aula di tribunale

Con una sentenza pronunciata il 18 settembre la Corte di Appello di Brescia ha confermato il pronunciamento del Tribunale di Bergamo nella vicenda del mancato rispetto della rotazione nei periodi di Cassa integrazione straordinaria in Calcestruzzi spa. Appello respinto, dunque, e un risarcimento del danno quantificato in oltre 24mila euro per il lavoratore M.B., posto in cassa integrazione in maniera continuativa.

Tra la fine di gennaio e il mese di aprile di quest’anno erano arrivate dal Tribunale di Bergamo le tre sentenze che riguardavano un lavoratore della sede Italcementi di Bergamo, un dipendente dell’azienda Ctg (Centro Tecnico di Gruppo) e, appunto, uno della Calcestruzzi spa, tutelati dalla Fillea-Cgil. In tutti e tre i casi i giudici del lavoro avevano condannato le aziende a risarcire i dipendenti con la retribuzione persa a seguito della mancata rotazione della Cassa.

A seguito di diversi accordi sindacali che prevedevano il ricorso alla Cassa integrazione straordinaria prima per crisi aziendale poi per riorganizzazione del gruppo per un massimo di 1.040 lavoratori, a partire dal 2012 nel Gruppo Italcementi si sono succeduti numerosi incontri fra le parti per gestire il ricorso all’ammortizzazione sociale. Contro le sentenze di primo grado, sia Calcestruzzi che Ctg hanno presentato appello. Per il mese di dicembre il sindacato attende anche il pronunciamento della Corte d’Appello sul caso di Ctg.

«Insieme alle diverse aziende avevamo definito schemi di rotazione dei lavoratori collocati in Cassa con l’obiettivo di attenuare l’impatto negativo sul maggior numero possibile di persone» sono tornati a spiegare Ivan Comotti della segreteria della Fillea-Cgil della Lombardia e Luciana Fratus della Fillea-Cgil di Bergamo. «Avevamo anche stabilito rientri al lavoro definitivi da parte di alcuni lavoratori. In casi specifici, però, nonostante solleciti da parte nostra, è stato deciso ugualmente di collocare in cassa alcune persone in modo continuativo, malgrado le evidenti fungibilità professionali coi colleghi. Dopo le tre sentenze pronunciate dal Tribunale di Bergamo anche la Corte di appello di Brescia ci ha dato ragione».

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