Delocalizzare uguale impoverire Si può spingere il made in Bergamo

Delocalizzare uguale impoverire
Si può spingere il made in Bergamo

Delocalizzare la produzione dove la manodopera è a buon mercato crea un fenomeno di impoverimento del tessuto economico anche locale.

Così chiudono i laboratori, si perdono le competenze e – come un cane che si morde la coda – l’economia stessa si immobilizza. L’inchiesta di Report sulla produzione all’estero di grandi griffe come Moncler o Prada, ha fatto molto discutere e ha messo inevitabilmente a confronto realtà anche del nostro territorio che producono made in Italy e che si trovano a lavorare con grandi marchi. E nel dibattito lanciato dal programma televisivo di Milena Gabanelli, si è parlato anche di profitti e di come sia possibile che un capo, prodotto a 40 euro in una fabbrica dell’Est Europa, possa arrivare in negozio a mille. Se n’è parlato anche a un incontro organizzato ieri dalla Camera di Commercio a La Rocca di Martinengo che, giustappunto, fa capi di abbigliamento per griffe di alto livello come Armani e, se si vuole restare in tema di piumini, Fendi.

E proprio in quest’occasione l’attenzione è puntata sul Made in Italy e sulla capacità di una realtà territoriale locale di riuscire a competere con una manodopera straniera che è, e questo è un dato di fatto, più economica: «Economica ma non made in Italy e se una griffe vuole questa “definizione” cerca un determinato livello competenza tecnologica e specializzazione» spiega Flavio Forlani, titolare dell’azienda. E quindi non basta la produzione massificata di un piumino: «Qui sono richieste competenze stilistiche, lavorazioni artigianali ma anche di alta tecnologia, la possibilità di modificare ogni dettaglio, quasi personalizzando anche un numero ridottissimo di capi».

Il valore aggiunto è quindi «la specializzazione, la ricerca e l’alta qualità della finitura». Resta il fatto che all’estero i costi sono più bassi: «Ma viene a mancare il dialogo tra chi pensa il capo e chi lo realizza». E il ricarico strabiliante in negozio? «Ma non ci sono però solo i costi di produzione: ci sono la ricerca, la commercializzazione e distribuzione di quel prodotto, anche la sua comunicazione, per non parlare del ricarico economico che il negozio applica sul singolo capo – continua Forlani -. Più alta è la gamma, più ci si aspetta che il margine sia alto. Ma attenzione: è quel logo, quel brand così di moda, che il consumatore sta pagando a caro prezzo, perché anche quella cifra di vendita finale è nei giochi del sistema moda e rende il capo stesso più ambito». Più di moda.


Leggi di più su L’Eco di Bergamo in edicola il 7 novembre 2014

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