Beatrice non ha pace nemmeno da morta

Beatrice non ha pace
nemmeno da morta

Beatrice era una ragazzina di 15 anni, appassionata di cinema e di musica (suonava l’oboe e il basso elettrico). Ma un grande dolore la lacerava: il suo corpo obeso attirava derisioni, in questo tempo che ha fatto proprio del corpo un mito, un’ideologia estetica. «Bea», come la chiamava chi le voleva bene, mercoledì mattina scorsa è morta alla stazione di Torino sotto il treno che avrebbe dovuto condurla a scuola. Gli inquirenti non hanno dubbi: si è trattato di un suicidio.

È difficile giudicare un gesto così tragico e ci asterremo dal farlo. L’obesità è una malattia che può avere anche ripercussioni psicologiche pesanti: infatti Beatrice era in cura in un centro specializzato, dove la ricordano per le sue doti umane e per le sue abilità musicali. Una bella persona, nel fiore della vita, che sapeva essere anche auto ironica, come quando si definiva «non magra».

A poche ore dalla sua morte, la notizia è finita in pasto al gruppo Facebook «Giente Honesta», una «comunità» di 55 mila persone che commenta i fatti del giorno. I commenti sono stati in netta prevalenza insultanti verso la vittima, un’ondata di scherno ignobile e raggelante, in meno di un’ora. Ne citiamo solo uno per dare il tono dei giudizi: «Questo incidente dimostra che i ciccioni preferiscono morire piuttosto che dimagrire». Si potrebbe catalogare tale sciacallaggio come frutto di ignoranza, ma sarebbe riduttivo e pericoloso. Molti commenti portavano la firma di giovani studenti universitari.

Non siamo sprovveduti: per esperienza sappiamo che Facebook è una piazza e come tale è frequentata da persone di ogni genere, tra le quali chi affida ai commenti parole generate dagli istinti più brutali. Ne abbiamo evidenza ogni giorno. A finire nel mirino sono in particolare alcune categorie, come i politici o gli immigrati. La notizia della donna africana incinta trascinata giù da un treno a Mentone (partito da Ventimiglia) dalla polizia francese ha raccolto commenti di questo genere: «Dovevano metterla sotto il treno». Analoghe bestialità vengono scritte a proposito delle notizie di annegamenti di migranti in mare. Attribuirne la responsabilità a Facebook è sbagliato: semmai il social network dovrebbe finalmente attrezzarsi per cancellare i commenti irrispettosi, non solo le «fake news», le notizie false. Ma la responsabilità primaria è di chi verga quei commenti. Ci sono domande che non sono eludibili: da dove deriva questo odio, questo cinismo esibito senza più freni morali, questa violenza verbale che ferisce chi abbia ancora un minimo senso dell’umano? È un gioco becero a chi la spara più grossa per avere più visibilità generando scandalo? Il gruppo che ha insultato Beatrice si definisce gente onesta. E qui ci affidiamo a una citazione dello scrittore francese Charles Péguy: «Il mondo è pieno di persone oneste. Si riconoscono dal fatto che compiono le cattive azioni con più goffaggine».

Su Facebook ci è capitato di confrontarci con qualcuno di questi killer da tastiera: esprimevano il vanto del «dico quello che penso». Una forma malata di onestà, una schiettezza ambigua perché il valore della professione del pensiero sta nella qualità del pensiero, non nel dare sfogo agli istinti più bestiali di un io ipertrofico.

Dobbiamo tornare a scoprire la bellezza del noi, del rispetto e dell’incontro con il nostro prossimo. Non saranno i migranti a mettere a rischio la nostra identità e civiltà, ma la rinuncia a questa appartenenza, che genera un popolo capace di umanità. Riposa in pace, Beatrice.

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