Bergamo e Brescia L’alleanza e le sfide

Bergamo e Brescia
L’alleanza e le sfide

Il progetto di alleanza con Bergamo, rilanciato dal sindaco di Brescia Del Bono partendo dall’aeroporto di Orio, è un grande tema che chiama in causa una visione di prospettiva e che supera la stessa, indiscussa importanza dello scalo. Per la Bergamasca vuol dire affrontare di nuovo una questione storica, che si affaccia e poi muore, e possibilmente arrivare a qualche esito concreto: dobbiamo guardare al quadrante di Milano, e quindi a Ovest, oppure a Brescia, e pertanto a Est? Lo snodo, in prima battuta, riguarda l’ipotesi di alleanza fra Orio e Montichiari, sulla quale peraltro si starebbe già lavorando, anche se per ora non c’è un orientamento di sintesi. Il nostro scalo a fine anno conterà 13 milioni di passeggeri, anticipando di parecchio le previsioni per il 2020.

Numeri poderosi di un’eccellenza in salute e, tuttavia, al territorio e ai residenti serve un segnale: fin dove può spingersi uno sviluppo che sia sostenibile? Il capitolo dei cargo dovrebbe essere risolto a fine anno con il trasferimento di una parte di questi voli a Malpensa, mentre la crescita dei passeggeri potrebbe essere bilanciata, distribuendola sull’aeroporto complementare di Brescia.

Un’operazione che vedrebbe comunque l’azionista Sea della partita in una triangolazione con Brescia e la società concessionaria di Montichiari che gestisce lo scalo di Verona. Una qualche fretta c’è, perché fra due anni scade la servitù militare su Ghedi e Brescia, a quel punto, disporrebbe di due piste: meglio farsela alleata o avere un competitore in più? Orio sta dentro una strategia collaborativa che potrebbe riguardare anche infrastrutture innovative e scelte nel campo dell’economia immateriale, oltre ad un disegno più ampio: l’aeroporto, insomma, è molto, ma non tutto. Vediamo il perché.

Del Bono ha riaperto l’agenda con Bergamo all’inizio del suo secondo mandato, mentre la Giunta Gori è nell’ultimo anno d’amministrazione. Poi si vedrà. Per ora, compresa la presidenza della Provincia, resta la simmetria politica di centrosinistra. Il sindaco di Brescia, si sa, ha dalla sua non solo il record anomalo di rappresentare un’isola felix per il centrosinistra e pure in feudi leghisti, ma lo ha fatto con l’affermazione di una controcultura inclusiva ad ampio raggio, sconfiggendo gli avversari sul loro terreno. In una città che ha fra i più alti tassi d’immigrazione in Italia (18%), ha vinto al primo turno, smentendo l’invincibilità di Salvini su questo discusso dossier, mentre Fi è crollata al 7% e i Cinquestelle al 5%.

Il metodo Del Bono ha, dunque, un valore aggiunto: la città come comunità aperta può essere competitiva sul piano del consenso anche nei tempi del sovranismo, nelle società del rancore e nelle economie del microcapitalismo individuale. Se partiamo da qui, da un preciso concetto di società, l’alleanza Brescia-Bergamo ha una comune tonalità di fondo che non riguarda solo le due città (pur molto diverse come grandezza, storia recente e disegno industriale) quanto i territori.

Le due province sono già nella vita quotidiana e nella sensibilità comune un sistema economico, sociale, produttivo unico. Un modello anche di comunità nel suo stare insieme e nel fare welfare. Due economie «tedesche», al di là della dimensione italiana: rappresentano per valore la seconda manifattura d’Europa, in contiguità con quel Nordest tornato a macinare primati, uscito dalla crisi grazie alla vitalità delle filiere e delle multinazionali tascabili che ce l’hanno fatta non nella piccola patria, bensì nel grande gioco del mondo globale.

Il superamento delle due recessioni ha unito la Lombardia orientale al Veneto, allungando ed estendendo il Nordest lungo la dorsale dell’Emilia Romagna. La crisi ha consentito il formarsi di un nuovo triangolo economico metropolitano, che attende una trama d’insieme dalla Pedemontana e dall’Alta velocità. Il Lombardo Veneto ipotizzato dal sindaco bresciano ha una sua logica: non tutto è riconducibile a Milano. Da qui la necessità di riunire le forze in un disegno comune, non «contro» l’area metropolitana evidentemente, ma aggregando in una maxi area territori che hanno un comune sentire e caratteristiche proprie. Del Bono ha descritto Milano come «idrovora», entità che tutto prosciuga: la città dell’innovazione che giganteggia dopo Expo ha sì uno straordinario impatto moltiplicatore sulla periferia, ma poi rischia di asciugare tutte le energie che le arrivano, perché le porta dentro dove contano anche i rapporti di forza. Il problema dell’economia è andare nel mondo saltando la trappola dell’imbuto di Milano, ed è questa la funzione della Pedemontana. Per le società civili, si tratta di affermare un modello territoriale capace di ricucire, convinto della propria originalità e di una certa idea di comunità.

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