Bossetti: prove e processo mediatico

Bossetti: prove
e processo mediatico

In principio fu il Dna (il «faro dell’inchiesta», per dirla con il pm Letizia Ruggeri), l’asso che ogni magistrato inquirente vorrebbe fra le sue carte per portare a processo un sospetto omicida. Un indizio granitico, ma (a voler trovare un neo) forse un po’ impersonale e asettico per la maggioranza dell’opinione pubblica, che di nuclei, cromosomi e alleli ha solo qualche vaga reminiscenza scolastica.

Il Dna evoca camici bianchi, provette e laboratori, luoghi lontani e inaccessibili, a volte persino contaminazioni o (come insegna la cronaca giudiziaria) clamorosi errori. Nell’inchiesta sulla morte di Yara Gambirasio mancava un elemento di contatto più diretto e di immediata comprensione fra l’indagato e la vittima. Adesso c’è ed è tangibile. Il muratore di Mapello afferma di non aver mai visto Yara in vita sua, ma gli inquirenti si dicono in grado di dimostrare che la tredicenne di Brembate Sopra è stata sul suo furgone. La prova starebbe in decine di fibre sintetiche blu, gialle, grigie e celesti, trovate sugli indumenti della ragazzina e riconducibili al sedile dell’Iveco «Daily» del muratore di Mapello.

La difesa ribatte ricordando che non è quello di Bossetti l’unico Iveco «Daily» in circolazione e che quel tipo di sedili è montato di serie su migliaia di altri veicoli. L’accusa rilancia: solo il mezzo di Bossetti girava attorno alla palestra di Brembate Sopra la sera del delitto, lo dicono le telecamere e lo conferma un’indagine su larga scala compiuta su oltre duemila camioncini in tutto il Nord Italia, con la consulenza di esperti della casa produttrice.

Certo è che nelle carte del pm Letizia Ruggeri, a pochi giorni dalla formale chiusura delle indagini, non c’è più solo in Dna, da cui tutta l’inchiesta ha preso le mosse. Ormai l’impronta genetica viene considerata un dato acquisito, oltre che ampiamente sufficiente per tenere in carcere l’indagato da oltre otto mesi.

A sostenere il quadro accusatorio, alle risultanze biologiche si sono affiancati altri elementi indiziari. Ci sono le fibre che porterebbero ai sedili del furgone di Bossetti, di cui abbiamo parlato. Ci sono le telecamere che riprenderebbero il suo mezzo da lavoro mentre si aggira per un’ora attorno al centro sportivo dove Yara seguiva l’allenamento di ginnastica ritmica delle sue amiche. C’è una testimone, una donna della Val Cavallina, che afferma di aver visto Bossetti in auto in compagnia di una ragazzina nel parcheggio della palestra, qualche mese prima del delitto. Ci sono i computer (un fisso e un portatile) sequestrati a casa Bossetti e utilizzati - lo dice una perizia informatica - per cercare su internet parole come «ragazzine» e «tredicenni» accostate a specifiche fantasie sessuali.

Ma ci sono anche le contraddizioni. Interrogato, Bossetti sostenne di aver lavorato tutto il giorno al cantiere di suo cognato a Palazzago, per poi fare rientro a casa passando per Brembate Sopra. Però le celle telefoniche lo collocano nella zona di casa sua già dalla tarda mattinata. Disse di essere andato dal meccanico, dal falegname, dal commercialista, da suo fratello e all’edicola, ma nessuno ha confermato.

E veniamo alle cose che mancano. A Bossetti manca soprattutto un alibi. Nessuno è in grado di testimoniare che il muratore non fosse a Brembate Sopra, nel tardo pomeriggio del 26 novembre 2010. Neppure sua moglie Marita, che interrogata in proposito si era limitata a dire: «Massimo sarà stato a casa, come tutte le sere».

Bossetti dovrà spiegare e sarà la sacralità del dibattimento, in un’aula di Tribunale, davanti alla Corte d’Assise, a stabilire il peso degli indizi contro di lui. Nell’attesa, la notizia delle fibre del suo furgone trovate dai Ris di Parma sui leggings e sul giubbotto di Yara è senz’altro un colpo di scena, almeno nel processo mediatico, a cui – è un dato di fatto – nessuna delle parti in gioco si è mai sottratta. Ad eccezione di una, quella che rispettosamente e in silenzio attende giustizia: la parte offesa.


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