Cracovia, sconfitti il ricatto e la paura

Cracovia, sconfitti
il ricatto e la paura

Il primo dato che emerge da questa Giornata mondiale della gioventù di Cracovia è un dato di un’oggettività incontestabile: non ha vinto la paura. C’erano ragionevoli e oggettive preoccupazioni alla vigilia di possibili defezioni dopo gli attacchi terroristici e in particolare dopo l’uccisione del parroco di Saint Etienne-du-Rouvrai. Invece nessuno si è tirato indietro.

I giovani che affollavano sabato notte e ieri la spianata secondo molti osservatori erano più di due milioni. Se tra gli obiettivi dei terroristi poteva esserci anche quello di limitare la portata del grande appuntamento di pace, il tentativo è assolutamente fallito. Non solo: in questi tre giorni il terrorismo è uscito sconfitto anche per il motivo che si è trovato di fronte un uomo e centinaia di migliaia di giovani che hanno mostrato di non sottostare ai suoi ricatti. Che non si sono fatti definire, anche semplicemente per opposizione, dalla sua cieca prepotenza.

Spesso si guarda a momenti come questi come se fossero appuntamenti rituali e scontati nel loro successo. Non è così. C’è sempre un grande coraggio nel proporre un incontro di simili dimensioni in momenti di tanta drammatica tensione; e c’è del coraggio (tra l’altro ci si deve anche sobbarcare una fatica fisica) nell’aderirvi. Questo coraggio è un bene che ha una ricaduta per tutti, per ciascuno di noi e per il mondo intero. È una forza che sospinge la vita nella direzione della speranza e la strappa dal fatalismo, dal ricatto della paura, dai disegni del terrore.

Infatti il percorso della Giornata mondiale della gioventù è un percorso che ha una meta: e la meta è la coscienza dei giovani che vi hanno partecipato. È una consapevolezza che queste giornate accendono e che poi rifluisce come uno slancio nuovo in tutti gli ambiti in cui questo ragazzi si trovano a vivere la loro quotidianità.

È stato questo il leitmotiv dei discorsi del Papa: contro il ripiegamento nel privato e nella vita comoda (in quella che ha definito la «divano-felicità»), Francesco ha contrapposto «il desiderio di testimoniare e di raggiungere gli altri». Perché chi «è contento nel Signore ama rischiare ed esce, non costretto da percorsi già tracciati, ma aperto e fedele alle rotte indicate dallo Spirito: contrario al vivacchiare, si rallegra di evangelizzare».

È la passività nei confronti della vita, è la mancanza di passione e di amore verso gli altri la vera debolezza di cui l’uomo d’oggi è vittima e insieme responsabile. È una illusione di sicurezza che lo rende all’opposto psicologicamente fragile e ostaggio delle minacce del male. Per questo Francesco fa leva sui giovani, partendo dalla certezza che «la misericordia ha un cuore giovane» e che la misericordia è proprio quella forza che spinge a uscire, ad andare incontro agli altri. Raramente si è sentito Francesco parlare con toni tanto coinvolgenti e appassionati: cosa che è stata percepita chiaramente dalle migliaia di giovani presenti sulla spianata di Cracovia.

Un impeto che ha smosso tutti e che riflette il modo di Francesco di rispondere all’urgenza drammatica del momento: anziché restare prigionieri della paura del nemico, dar libero corso alle energie amiche. «Lanciaci nell’avventura della misericordia!», ha detto in uno dei passaggi più empatici dei suoi discorsi. «Lanciaci nell’avventura di costruire ponti e abbattere muri (siano recinti o reti); lanciaci nell’avventura di soccorrere il povero, chi si sente solo e abbandonato, chi non trova più un senso per la sua vita. Lanciaci ad accompagnare coloro che non ti conoscono e dire loro lentamente e con tanto rispetto il tuo Nome, il perché della mia fede».

E non ha rimandato questo «lancio» al domani, ma ha chiesto un gesto immediato: «Sapete qual è il primo ponte da costruire? Un ponte che possiamo realizzare qui e ora: stringerci la mano, darci la mano. Forza, fatelo adesso. Fate questo ponte umano, datevi la mano, tutti voi: è il ponte primordiale, è il ponte umano, è il primo, è il modello». Fare un ponte umano, senza temere le sconfitte, senza spaventarsi se la mano tesa non dovesse trovare un’altra mano. Perché bisogna rischiare. Bisogna lasciare «l’impronta» del ponte su questo nostro tempo. Poi un ponte tirerà l’altro...

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