Emiliano, un amico
di tutti i bergamaschi

Il Mondo non c’è più. Il suo sorriso sottile, i suoi occhi vispi, il suo pensiero sempre un passo più in là, non ci sono più. Emiliano Mondonico, un pezzo grande della storia del nostro calcio, un pezzo di noi, ha ceduto alla malattia. Ha lottato per sette anni, ha subito una serie di interventi pesantissimi, eppure poi rispuntava sempre, rispondeva al telefono, andava in tv, si lasciava intervistare con quei suoi giudizi mai banali, mai troppo trattenuti, certamente non diplomatici. Sembrava quasi riuscire a farsi beffe anche di una malattia così, colpendola con l’ironia anche un pezzetto più in là rispetto al lavoro dei chirurghi che l’hanno mantenuto in giro per sette anni.

A Emiliano Mondonico i bergamaschi vogliono bene. È per questo che la notizia della sua scomparsa ha costernato tutti, anche se un po’, a ben pensarci, c’era da aspettarselo. Dopo sette anni di malattia tanto grave, tanto aggressiva, e capace di riproporsi cinque volte, è lecito che anche un fisico da combattente come quello di Mondonico decida che basta, si può anche perdere.

Quel che non si potrà dimenticare è l’esempio che Mondonico ci lascia. Quello di una persona, più che un personaggio. Anche se personaggio lo era, e adorava esserlo. Col gusto per la provocazione che veniva sempre prima, che tante volte non capivi se era serio, o se l’aveva buttata lì per vedere l’effetto che fa, per mangiarsi con gli occhi la tua faccia stranita, e leggerti un po’ nel pensiero.

Il Mondo era così: un po’ psicologo, tanto sornione, un bravo uomo. Per questo, gli abbiamo voluto bene e gliene vorremo. Perché al di là del campo di calcio, dell’Atalanta, delle imprese che portano il suo nome, Mondonico è diventato uno di noi, un vicino di casa, uno che non potrà mai essere avversario. È entrato nel cuore anche di chi il calcio non lo segue, o lo segue appena. È diventato un amico di tutti.

Poi, certo: il campo di calcio non è secondario. Mondonico ha portato l’Atalanta in un’altra dimensione. Non solo per l’impresa da indiani della Coppa delle Coppe. Mondonico, quello che l’Atalanta sta vivendo oggi, l’ha fatto anche negli anni ’90. Non dimentichiamoci mai quella formazione meravigliosa, futurista, addirittura naif. Dal 7 in su: Stromberg, Prytz (e poi Madonna), Evair, Nicolini, Caniggia. E talvolta, lo schiribizzo di mettere in campo il mediano col numero 11.

Era così, Mondonico. Per farti fare bianco, diceva nero. Perché aveva una marcia in più, perché prima di fare o dire, immaginava la reazione, e probabilmente anche quella dopo. Per questo, spesso, sembrava impossibile capire dove volesse arrivare. Vedeva sempre un pezzetto più in là. Per lunghi anni, dopo la «sua» Atalanta, i nerazzurri hanno gravitato tra A e qualche B. Ma in serie A, sempre ragionando sulla salvezza. L’unica voce fuori dal coro, l’unica che invocasse sempre un’ambizione nuovamente europea, era la sua. A taluni sembrava un modo per ritagliarsi uno spazio visibile, per sembrare quello che lanciava la palla un metro più in là degli altri. Invece aveva ragione lui. Perché adesso sappiamo che il passo europeo non è più lungo della gamba dell’Atalanta. Che ci si può stare, e che accontentarsi della salvezza, per una piazza così innamorata della sua squadra, è un peccato.

Mondonico, d’altra parte, ha sempre rilanciato. Anche quando il suo passo superficialmente poteva essere giudicato in retromarcia. Come quando andò all’AlbinoLeffe. Il Mondo faceva scelte mai banali, e lì si ritagliò lo spazio per il suo calcio. Piccolo, ma grande. Va dato merito all’AlbinoLeffe per averci regalato ancora un po’ di anni di Mondonico in panchina. E va dato merito a Mondonico di averci regalato quell’AlbinoLeffe così solido in B, al punto poi, con Gustinetti, da sfiorare la serie A.

Mai banale, il Mondo: da granata purosangue, col piccolo AlbinoLeffe, fermò la Juve due volte, in serie B. Solo lui, poteva riuscirci. E solo lui ci è riuscito. Come quando vinse a Bergamo 3-1, col suo Torino. Era il 17 maggio 1992, nel giorno dell’addio di Stromberg. Ci diede una scoppola, e i bergamaschi lo portarono in trionfo. Tutto lo stadio applaudiva: indimenticabile. Quel giorno ha detto tutto, caro mister, di cosa c’è stato fra noi e lei. Uno dei nostri, mai avversario, amico vero per sempre.

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