I rifugiati di Gaza Sono ostaggi di tutti

I rifugiati di Gaza
Sono ostaggi di tutti

Giochi di parole se ne possono fare in quantità, e gli eufemismi non mancano. Ma la realtà è una sola: la striscia di Gaza è un campo di concentramento di 160 chilometri quadrati in cui vivono quasi due milioni di ostaggi. La gran parte di loro, peraltro, è ostaggio al quadrato: per il 60%, infatti, gli abitanti di Gaza sono rifugiati, arrivati qui fin dal 1948 dopo quella che i palestinesi chiamano Nakba (catastrofe), ovvero la fondazione dello Stato di Israele, la sconfitta degli eserciti arabi e l’espulsione o la fuga di centinaia di migliaia di palestinesi. Rifugiati che oggi vivono magari a pochi chilometri dai villaggi e dalle case in cui, a quell’epoca, vivevano i loro genitori.

In ogni caso è difficile decidere di chi siano più ostaggi i gazawi. Lo sono, ovviamente di Israele, che da undici anni, ovvero dopo che Hamas ha preso il potere nella Striscia cacciando gli uomini di Al Fatah, ha stretto un assedio via aria, mare e terra che non lascia respiro e ha distrutto qualunque prospettiva di crescita economica e sociale dell’area. A Gaza oggi si entra solo attraverso due valichi controllati dalle forze armate israeliane. Si potrebbe anche entrare da Sud, dall’Egitto, ma il governo dell’ex generale Al Sisi, che gode dell’appoggio di Israele nella lotta contro le infiltrazioni terroristiche nel Sinai, ha chiuso anche questa porta. Le guerre ricorrenti (le brigate di Hamas si sono scontrate con gli israeliani nel 2008, 2012 e 2014) hanno completato l’opera. Oggi il 50% degli abitanti della Striscia vive in povertà e l’80% riesce a tirare avanti solo grazie agli aiuti internazionali. Israele approva meno del 50% delle richieste di uscita per ragioni mediche. A causa dei bombardamenti le infrastrutture sono in frantumi e non possono essere riparate perché cemento e acciaio sono tra i molti materiali sottoposti all’embargo israeliano. Oggi il 90% dell’acqua disponibile a Gaza non è potabile, la corrente elettrica è attiva solo poche ore al giorno e l’Onu, in un recente rapporto, ha dichiarato che la Striscia sarà «invivibile» entro il 2019.

Israele fa tutto questo perché, insieme con gli Usa e altri Paesi, considera Hamas (che nel 2011 trionfò in elezioni democratiche e regolari) un movimento terroristico. Di certo Hamas è un movimento combattente che in questi anni ha privilegiato il settore militare a scapito di quello civile. I miliziani delle diverse brigate sono ormai più di 25 mila e quasi 50 mila i dipendenti pubblici (con un monte stipendi di 300 milioni di dollari l’anno) accumulati in un chiaro tentativo di «comprare» consenso. A questo va ovviamente aggiunto il costo dei ripetuti conflitti, degli armamenti, dei tunnel, del sostegno alle famiglie dei caduti. Non solo Israele ha voglia di sparare. Il che significa che la gente di Gaza è ostaggio anche del Governo di Hamas che dovrebbe lavorare per lei. Non basta. Nella lunghissima faida tra palestinesi, e nel tentativo di spingere Hamas a cedere il potere nella Striscia, l’Autorità palestinese presieduta da Abu Mazen, che domina in Cisgiordania, l’anno scorso ha smesso di versare gli stipendi dei dipendenti pubblici di Gaza che erano ancora a suo carico e ha smesso di pagare a Israele (che controlla tutto) la «bolletta» per le forniture di carburante ed energia elettrica a Gaza. Così i gazawi sono ostaggi anche dei loro fratelli palestinesi. E lo sono degli Usa, che vogliono spingere i palestinesi ad accettare un accordo (ovviamente al ribasso) con Israele e per questo qualche mese fa hanno sospeso i fondi all’agenzia dell’Onu che si occupa dei loro bisogni. Il risultato, come abbiamo visto in queste settimane, è una rabbia gigantesca. Motivata ma senza un indirizzo politico che non sia la ricerca della bella morte, del sacrificio dimostrativo ma fine a se stesso.Quanto si potrà andare avanti così?

© RIPRODUZIONE RISERVATA