Il corsaro Renzi cammina sul filo
Renzi in Giappone

Il corsaro Renzi
cammina sul filo

Puntualmente, al profilarsi di una difficoltà politica per l’esecutivo spunta lo spettro delle elezioni anticipate. La fragilità della presente legislatura deriva da un vizio d’origine che si chiama mancata vittoria piena di un partito alle ultime elezioni. Il Pd su cui grava la responsabilità del governo è uscito, infatti, vincitore nelle urne, ma privo di una maggioranza al Senato.

Per reggersi è ricorso a una serie di espedienti: un’alleanza piuttosto innaturale con il Nuovo centro destra (innaturale perché stretto con la destra), «il patto del Nazareno» siglato con Fi (patto non meno imbarazzante perché sempre con la destra), infine il sostegno (quanto meno spurio) con la pattuglia dei fuoriusciti da FI capitanati da Verdini. Presentatosi agli elettori per strappare una delega a governare in solitario, alla fine è stato costretto a stringere alleanze o accordi con la destra. Una condizione di necessità che costituisce un elemento d’indubbia debolezza per il premier.

Il secondo fattore di fragilità dell’attuale legislatura discende dal metodo corsaro con cui Renzi si è impadronito prima del partito e subito dopo del governo. Si tratta di una ferita mai rimarginata, solo temporaneamente tamponata dalla popolarità conquistata dal leader e dai successi elettorali subito riscossi dal partito. È una ferita che ha continuato a bruciare producendo disagio e dissenso, azioni di disturbo e, presto, anche abbandoni. Lungi dal ricomporsi, sembra col tempo anzi approfondirsi. Minaccia ora di trasformarsi in spaccatura. Illuminante è stato il recente voto contrario al governo (solo l’ultimo di una serie) espresso sul decreto Rai da una ventina di deputati dem. Esso ha conferito alla loro scelta il valore di una compiuta strategia volta a costruire un’alternativa alla linea perseguita dal loro presidente del consiglio e segretario di partito.

I rilievi mossi a Renzi sono noti. Il suo è un comportamento da «uomo solo al comando». La sua segreteria si qualifica per un’azione sistematica di smantellamento, oltre che dello stato maggiore storico del partito, anche di capisaldi della stessa identità del Pd. Quanto poi all’azione di governo, questa punta a scavalcare sindacati e corpi sociali intermedi. La sua è una politica economico-sociale (Jobs Act) e fiscale (abolizione generalizzata della tassa sulla prima casa) sempre meno di sinistra. Per qualcuno pratica addirittura la stessa «macelleria sociale» della destra. C’è quanto basta per far gridare allo scandalo, per reclamare lo sfratto dell’inquilino abusivo, per strutturare in definitiva una ferma opposizione. Ma un’opposizione per fare che? Semplice: per fare opposizione. I critici del nuovo corso renziano si sono limitati, infatti, a scrutare l’orizzonte alla ricerca di una qualche illuminazione che possa rischiarare il loro cammino. Per un momento la nuova stella polare è parsa spuntare ad ovest (i Podemos spagnoli), un momento dopo ad est (la Syriza greca), talora a nord (la Linke tedesca).

La verità è che, da quando è tramontato «il sol dell’avvenire», la sinistra italiana non si è più riavuta dal trauma. Per un certo lasso di tempo si è consolata con la constatazione che nemmeno la socialdemocrazia europea se la passava un gran che bene. Mal comune, però, in politica non fa mezzo gaudio. Prolunga solo uno stato inerte di smarrimento.


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