Il lamento dei pm Nubi sul governo
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi con il ministro dell'Interno Angelino Alfano

Il lamento dei pm
Nubi sul governo

Sembra proprio che stia per scatenarsi un’altra stagione di scontri dei giudici con la politica. Che significa: con Matteo Renzi e il suo governo. Almeno a sentire il discorso che il capo del sindacato delle toghe Rodolfo Sabelli ha pronunciato davanti al capo dello Stato e ai suoi colleghi al congresso dell’Anm di Bari.

Si è capito che i giudici hanno messo il governo nel mirino e che considerano Renzi, per quanto mai nominato, come l’autore di una «consapevole strategia della delegittimazione» della magistratura e anche di ridimensionamento del suo ruolo istituzionale. Il pensiero certo torna alla polemica sulle ferie troppo lunghe dei giudici di cui Renzi fece un proprio cavallo di battaglia quando tagliava gli stipendi dei dirigenti pubblici, le auto blu dei ministeri e, appunto, il riposo estivo dei magistrati. All’epoca si sprecarono battutacce velenose da una parte e dall’altra ma in fondo la guerra guerreggiata non durò poi molto. E invece la presa di posizione dell’Anm a congresso dimostra che il fuoco covava sotto la cenere.

L’elenco puntiglioso dei provvedimenti legislativi presi dal governo in materia di Giustizia ieri è stato usato da Sabelli come un corposo cahier de doléances. A parte qualche riconoscimento (avaro e con riserve) per esempio sul falso in bilancio e l’autoriciclaggio, Sabelli ha sparato alzo zero contro quasi tutto il lavoro fatto fin qui: le norme sulla responsabilità civile dei giudici (non servono a risarcire il cittadino ma a punire noi), le riforme «timide e disorganiche» in materia penale, l’insufficiente lotta alla corruzione, i cedimenti «a generiche istanze securitarie e appetiti giustizialisti», il giudizio appena appena sospeso sulla riforma del processo civile e soprattutto le intercettazioni cui si darebbe «più attenzione che alla lotta contro la mafia e alle criticità del sistema giudiziario». Insomma, all’Anm non piace pressocché nulla di quanto stanno facendo a palazzo Chigi e a via Arenula da dove infatti sono partite, in via ufficiale e anche ufficiosa, risposte più che piccate.

Forse c’è da pensare che i giudici si aspettassero qualcosa di più conforme alle loro richieste da parte di un governo di centrosinistra: in fondo nel Pd il «partito delle toghe» è sempre stato molto forte e in parte lo è tuttora. Ma evidentemente esso non include né il presidente del Consiglio né la sua maggioranza e forse, a questo punto, nemmeno il Guardasigilli che pure viene dalla sinistra interna. Sabelli ovviamente riconosce che non sono più i tempi di Berlusconi, quando la guerra tra i giudici, le procure e Forza Italia arrivò a livelli inimmaginabili («per questioni individuali» ha detto con involontaria ironia) ma avverte anche che le cose adesso non sono diventate più semplici. Il sospetto è che l’Anm si aspettasse un più incisivo colpo di spugna sulla produzione legislativa «ad personam» fiorita negli anni della lotta alle «toghe rosse» e dei processi al signore di Arcore.

Ma non c’è solo questo ad alimentare la polemica: non deve sfuggire il lungo inciso nel discorso barese sul fatto che i giudici non accettano alcuna subordinazione alla logica dell’economia, anche in tempi di crisi, e nemmeno che la politica arrivi in soccorso delle aziende su cui si è esercitata l’azione giudiziaria. Pronunciate in terra pugliese, queste parole hanno un nome e un cognome: l’Ilva di Taranto per la quale, da Monti a Letta a Renzi, i governi sono sempre corsi a sterilizzare l’azione della magistratura per salvare la continuità aziendale, la produzione e i posti di lavoro. Fuori della Puglia tanti altri esempi simili si potrebbero fare, ma questo non stimola in Sabelli alcuna, anche parziale, autocritica. Semmai resta da parte sua un dito puntato: un atteggiamento che a palazzo Chigi sta già provocando solo una maggiore e più tignosa determinazione.

Non sarà un periodo facile.


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