Il ritorno di Schwazer Il male non è per sempre

Il ritorno di Schwazer
Il male non è per sempre

Nel romanzo «Cattivi», l’autore Maurizio Torchio scrive: «Ti ricordano per la cosa peggiore che hai fatto. Come gli assassini: magari hai ucciso una volta, ma sei assassino per sempre. Un istante dà il nome a tutta la tua vita. Ma chiunque ne esce male, a ricordarlo soltanto per la cosa peggiore che ha fatto».

A questo destino rischia di andare incontro anche Alex Schwazer, il marciatore altoatesino squalificato per doping alla vigilia delle Olimpiadi di Londra 2012. Lo ricordiamo in lacrime durante la conferenza stampa nella quale ammise il reato.

Il pianto fu anche liberatorio. In quella circostanza l’atleta riconobbe infatti un’altra forma di dipendenza dalla quale era affetto, non meno grave di quella dagli anabolizzanti e anzi all’origine, ma più subdola: la schiavitù delle attese e dalle pretese altrui, delle prestazioni crescenti e ad ogni costo. Scontata la squalifica a tre anni e nove mesi, nel prossimo fine settimana Schwazer tornerà a competere, nella Coppa del mondo di marcia a squadre che si disputerà per le strade di Roma. Oggi è un altro uomo: è andato fino al fondo del suo male per poi riemergerne rigenerato. Nel percorso in caduta ha perso amicizie, affetti (era fidanzato con la pattinatrice Carolina Kostner) e sponsor, nella risalita ha incontrato nuove persone che hanno accettato di dargli fiducia. «Volevo troppo e alla fine non sentivo più niente. Mi sono rovinato a forza di pensare agli altri. Ho scontato tutta la squalifica senza perdoni. Il dolore che ho provato e provocato non si cancella, ma non posso passare il resto dei miei giorni a scusarmi» ha detto in una recente intervista a «la Repubblica».

Schwazer tornerà in gara senza sponsor. Sulla maglietta avrà solo la foto di un cane, Sumi, che incontra in un parco di Roma con il suo padrone, un ingegnere che ha perso il lavoro, durante le sedute in solitudine. «Mi sono allenato tra pensionati, gente comune, persone disoccupate, con problemi veri, grandi e devastanti. Mi ha aiutato a rimettere tutto nelle giuste proporzioni, anche perché forse noi sportivi siamo abituati a chinarci solo su noi stessi» ha detto ancora il marciatore, raccontando il suo ritorno alla realtà vera, dalla quale si era allontanato sotto l’effetto dell’ansia da prestazioni, fino a falsarle con il doping.

Ma c’è chi vorrebbe sbarrare questo cammino di possibile riscatto. Gianmarco Tamberi, campione del mondo indoor di salto in alto, su Facebook ha definito Schwazer «vergogna d’Italia. Squalificatelo a vita, la nostra forza è essere puliti, noi non lo vogliamo in nazionale». Su quel «noi» la comunità degli atleti si è spaccata. C’è infatti anche chi guarda con benevolenza al percorso di risalita del marciatore che vuole dimostrare di essere forte pure senza doparsi. Peraltro negli allenamenti oggi l’altoatesino di 31 anni ha prestazioni migliori rispetto a quando si drogava. Può insomma diventare il nuovo testimone di un’evidenza: il doping, oltre ad essere un reato, alla lunga non conviene.

Le reazioni più dure a questa vicenda sportiva ricalcano posizioni e giudizi che si riscontrano anche in altri ambiti. È la tendenza manichea a dividere l’umanità in puri e in impuri, in puliti e sporchi, i secondi da condannare alla pena eterna perché non c’è macchia delebile attraverso la catarsi: il prezzo da pagare per la caduta non prevede la possibilità di rialzarsi. Ma così nemmeno il figliol prodigo sarebbe mai stato riaccolto a casa dal padre.

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