Incertezza al governo E lo spread s’impenna

Incertezza al governo
E lo spread s’impenna

Euroscetticismo, misure choc, meno tasse, libertà di sforare sul debito. Il quotidiano francese «Le Monde» sostiene che il governo prossimo venturo del professor Giuseppe Conte segnerà l’arrivo del trumpismo in Italia. In attesa di confermarlo dobbiamo chiederci come mai, prima ancora di ottenere la fiducia del capo dello Stato e soprattutto del Parlamento, questo esecutivo ha già scatenato la tempesta dei mercati finanziari e l’impennata dello spread (il barometro del rischio dei conti pubblici, essendo il differenziale tra i titoli di Stato a dieci anni italiani e quelli tedeschi, i più sostenibili del mondo, l’oro dei titoli pubblici).

Il problema non è tanto l’euroscetticismo dei due partiti che costituiscono la maggioranza, vale a dire Lega e Movimento Cinque Stelle, in passato molto critici nei confronti della moneta unica, quanto la lista dei sogni (e qualche incubo) stilata dai due segretari Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Gli analisti dei Fondi di investimento internazionali, anche quelli che hanno investito in titoli di Stato italiani, sanno leggere i documenti programmatici.

E la prima cosa che si chiedono è con quali denari si possono finanziare tutte quelle promesse: flat tax, reddito di cittadinanza, congelamento dell’Iva, riforma della Legge Fornero, cancellazione di molte imposte, welfare familiare, salvataggio Alitalia e via dicendo.

Misure, pari a una spesa complessiva che va dai 65 ai 100 miliardi all’anno, che possono rilanciare a breve termine la domanda interna, ma che a lungo termine potrebbero costarci uno sforamento non indifferente del debito pubblico, il secondo o il terzo più ipertrofico del mondo, con il 131,8 per cento rispetto al Pil.

Gli estensori del programma a questa domanda rispondono con soluzioni che destano qualche preoccupazione, per usare un eufemismo, a parte la solita demagogica promessa «strappa applausi» di ridurre il numero di parlamentari (ma il risparmio di fronte ai 100 miliardi necessari è risibile) e la solita lotta all’evasione fiscale, il ritornello di tutti i 64 governi della Prima e della Seconda Repubblica. In realtà, come detto, l’unica vera soluzione è lo sforamento del deficit: prendere soldi a prestito per realizzare il programma gialloverde. A meno di non stampare moneta come fanno i Paesi sudamericani. Tutto questo renderà meno sostenibile il nostro debito pubblico e quindi meno appetibili i suoi titoli, che sono il modo con cui lo Stato prende i denari in prestito. Un debito non è sostenibile quando non può essere restituito. Ed ecco così spiegarsi come mai i titoli sono sempre meno appetibili e lo spread si alza. Non solo, ma anche le Borse reagiscono di conseguenza e i miliardi bruciati sull’altare dei mercati aumentano di giorno in giorno.

A tutto questo si aggiunge la «mina vagante» di Paolo Savona, il grande economista liberale di 83 anni che però in passato ha dato numerosi segnali di euroscetticismo, accusando la Germania di voler imporre con l’euro la stessa egemonia che perseguiva la Germania nazista. Che dirà quando incontrerà la Merkel al primo Ecofin? Savona potrebbe essere il grilletto del governo per sparare contro l’euro e portare all’Italexit nel caso la Commissione europea ci imponesse di rispettare i nostri vincoli di Maastricht sul deficit e sul debito, dopo che abbiamo sforato. Uno sforamento pari a sei punti di Pil, se si rispettassero le promesse del contratto giall-verde. Non certo noccioline.

Da quei le comprensibili riserve del Capo dello Stato Sergio Mattarella, che considera l’Unione e il rispetto dei suoi trattati un limite invalicabile.


© RIPRODUZIONE RISERVATA