Insegnanti malpagati Un affare di stato

Insegnanti malpagati
Un affare di stato

«Fra gli operai più malpagati ci sono gli educatori. Cosa vuol dire? Semplicemente che lo Stato non ha interesse. Se l’avesse le cose non andrebbero così». Così Papa Francesco (che parla a ragion veduta poiché in gioventù insegnava Lettere presso un istituto di Santa Fe in Argentina) rivolgendosi sabato scorso a braccio ai rappresentanti mondiali delle scuole cattoliche riuniti nell’Aula Paolo VI.

L’accostamento tra i docenti e gli operai non va letto come proletarizzazione spregiativa dei primi, bensì nel senso evangelico di umili operai alla vigna del Signore (lo stesso di Benedetto XVI, ricordate?). Umili ma cruciali, essenziali alla costruzione di una società orientata ai valori di civiltà e di pace. Poi Francesco aggiunge un aggettivo che colpisce per un pontefice che ha fatto della sobrietà il carattere distintivo del suo ministero: «malpagati». Proprio così. Si riferiva ovviamente agli insegnanti italiani, il cui stipendio non va oltre i 1.600 euro netti al mese (con vent’anni e passa di anzianità). Per essere più precisi il reddito annuale di un docente italiano va dai 23.048 euro lordi di una maestra elementare a un massimo di 38.902 euro di un insegnante di liceo. Il Papa sindacalista? Macché, il senso di quelle parole va ben oltre, e naturalmente riguarda tutti i docenti, sia statali che non statali (anche se nel pubblico la sindacalizzazione, quando ha ucciso il merito, ha contribuito a tenere bassi gli stipendi).

Ma prima ragioniamo su qualche cifra. A fronte di un sostanziale aumento dei salari della media dei docenti europei, gli stipendi degli educatori italiani, complice la crisi e il congelamento degli scatti salariali e degli stipendi, è fermo da anni (ci tengono compagnia Cipro e la Grecia, magra consolazione). Lo conferma l’ultimo rapporto di Eurydice, il network della Commissione Ue che monitora i sistemi educativi in Europa. Lo scorso anno la maggior parte dei Paesi dell’Eurozona (e non solo) ha registrato aumenti rispetto all’anno precedente. In alcuni casi si trattava di un sostanziale cambio di rotta rispetto al trend discendente (un esempio è costituito da Croazia, Slovacchia e Islanda). Anche in Lussemburgo, l’Eldorado degli insegnanti di tutto il mondo (141 mila euro lordi l’anno), sono stati rivisti al rialzo insieme ai colleghi del comparto pubblico. Belgio, Irlanda, Francia, Polonia, Finlandia e Gran Bretagna si sono visti assegnare un «ritocchino» dell’un per cento, meglio che niente. In Italia invece i docenti hanno subito tagli, unico caso insieme con la Serbia.

Se andiamo a guardare la classifica dei salari in Europa (a parità di orari di insegnamento), ci accorgiamo che una professoressa italiana è poco più che una cenerentola dell’educazione. In Germania il reddito annuale supera i 70 mila euro lordi, il doppio di quelli italiani. In Spagna si arriva a guadagnare 46.513 euro. Peggio di noi fa solo la Bulgaria, con 6 mila euro l’anno, cifra da Terzo Mondo. La Bulgaria.

Uno stipendio congruo e all’altezza della professione esercitata, che è cruciale per il futuro del Paese, non è soltanto una questione di tenore di vita (ma nel nostro caso dovremmo parlare piuttosto di sostentamento). Se è vero che uno stipendio gratifica il dipendente anche l’importanza e il ruolo di responsabilità della professione, allora ecco che lo stipendio di un docente italiano non è assolutamente degno di questa missione, in una scuola che sta diventando sempre più elitaria, come ha detto il Papa, anche per motivi finanziari. È questo il senso delle parole di Francesco. Lui lo sa da tempo. Il nostro governo ancora no.


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