Italia moderna servizi antiquati
Anche gli acquedotti sono antiquati: si veda il caso di Messina

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Il presidente della Repubblica, parlando durante il suo viaggio in Indonesia, ha sottolineato come le riforme attuate o avviate nel corso dell’ultimo anno abbiano dato al nostro Paese «rinnovato slancio e fiducia» sui mercati internazionali. Non vi è dubbio che, sul piano legislativo, il governo Renzi abbia incassato risultati tangibili. A cominciare dalla riforma del mercato del lavoro e dalla modifica costituzionale delle funzioni del Senato, per finire alla legge di riforma della pubblica amministrazione. Proprio quest’ultima venne definita, non senza enfasi, la madre di tutte le riforme.

E, per molti versi, lo è, perché far cambiare realmente passo al sistema pubblico - riducendone i costi, migliorandone le prestazioni, elevando la qualità del personale addetto – è uno dei passaggi ineludibili per la competitività dell’Italia. Non soltanto sui mercati, come si dice abitualmente, ma anche in rapporto alla qualità della vita in altri Paesi. In un mondo nel quale le persone si muovono costantemente, migrano, cercano lavoro all’estero e decidono di rimanervi, la funzionalità delle pubbliche amministrazioni – nelle loro funzioni di regolatori della convivenza civile – rappresenta l’architrave di un Paese. Perché il sistema pubblico è da un lato, il volano dell’economia e dall’altro la fonte della qualità della vita dei cittadini.

Per quanto riguarda l’Italia è troppo evidente - per fare un solo esempio – che il turismo (risorsa chiave della nostra economia) troverà maggiore slancio e potrà diventare ancor più fonte di ricchezza interna soltanto a determinate condizioni. Esemplificando: se i visitatori (specialmente quelli stranieri) potranno usufruire di trasporti efficienti, si sentiranno ragionevolmente sicuri di girare di notte per le strade, troveranno città, arenili e sentieri di montagna non invasi da immondizie, potranno visitare musei e monumenti senza intralci. Sono tutti fattori che possono invogliare a tornare o a far cancellare quei luoghi dalle mete prescelte.

Analogamente, i cittadini italiani – per il solo fatto di pagare le tasse (nonché il prezzo di ciascun servizio pubblico) – hanno il diritto di pretendere una adeguata qualità delle prestazioni che ricevono. Vale per la Sanità come per la raccolta dei rifiuti, per la scuola come per l’erogazione dell’acqua. Per non parlare del problema annoso delle opere infrastrutturali necessarie a prevenire (o almeno minimizzare) i rischi di inondazioni, di frane, di dissesto del territorio.

La riforma della pubblica amministrazione (ossessione e chimera dei governi, nessuno escluso, dall’Unità ad oggi) è ancora tutta da fare. Adesso c’è una nuova legge. Con alcune norme buone, altre molto meno. Ma la partita comincia adesso, nel duro, difficile, oscuro lavoro di attuazione. Guai a credere ancora che buone leggi bastino a cambiare la qualità dei servizi resi ai cittadini. Nell’opera di attuazione il governo dovrebbe «aprire le porte» a un confronto vero con i gruppi interessati, a cominciare dagli addetti, che sono le gambe sulle quali può e deve camminare il cambiamento. I terreni sui quali lavorare per innovare effettivamente il nostro sistema pubblico sono tanti.

Uno su tutti va segnalato: occorre ripristinare meccanismi di controllo efficaci, sia per aumentare i livelli di funzionalità, sia per combattere il cancro della corruzione. I cittadini, come scriveva oltre mezzo secolo fa Carlo Arturo Jemolo, giudicano i governi dalla qualità dei servizi pubblici, perché essa è il vero termometro della qualità della vita. Se i governanti avessero sempre a mente questa elementare verità, sprecherebbero meno tempo in faccende di poco conto e si dedicherebbe meglio alle questioni essenziali.


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