L’ Europa all’esame  del voto dopo Brexit
Emanuel Macron candidato presidente in Francia

L’ Europa all’esame
del voto dopo Brexit

Prendersela con l’ Europa è facile e conveniente (tanto più che non ha mai querelato nessuno e non chiede i danni), salvo ricordare che molti guai derivano dai conflitti fra Stati, o da faide nazionali come è il caso recente della Polonia che s’ è messa di traverso. È un continente introverso, retrocesso dalla speranza alla paura, quello che affronta un trittico elettorale che ci riguarda da vicino: si comincia dopodomani con l’ Olanda, poi tocca alla Francia e, a settembre, alla Germania.

Tutti soci fondatori della costruzione comunitaria, che il 25 di questo mese festeggia i 60 anni dei Trattati di Roma. «Per l’ Europa la prova del coraggio», scrive sulla «Stampa» Napolitano alla vigilia della maratona elettorale e degli anniversari. Un passaggio critico, il primo test dopo la stagione dell’ imprevedibilità, Brexit e Trump, e in uscita da un 2016 che ha segnalato la pericolosa affermazione dei partiti populisti. Una ribellione antisistema, cresciuta con il «mal di nazione», mentre la crisi di efficienza, efficacia e legittimità delle democrazie s’ è approfondita con la lunga crisi, oltre che con un approccio sbagliato e punitivo da parte delle istituzioni Ue. «In forme più o meno dirette - ha sintetizzato Maurizio Ferrera, fra i più autorevoli esperti europei di welfare - le modalità del consolidamento fiscale perseguite da Bruxelles hanno intensificato i problemi, soprattutto per i giovani e le fasce più vulnerabili della popolazione adulta».

La domanda, dunque, è se i nazionalismi di varia natura, identitari ed economici che occhieggiano Trump e Putin, replicheranno lo sfondamento dell’ anno scorso mettendo a rischio (l’ incognita riguarda soprattutto la Francia) l’ Europa come comunità di destino. È possibile, ma non ineluttabile: si può sempre confidare negli anticorpi di società mature, dove l’ umanesimo non ha lavorato invano. In Olanda la destra xenofoba ha il vento nelle vele, ma questo Paese da sempre vota con il proporzionale puro che ha come esito governi di coalizione e, almeno a parole, gli stessi conservatori non intendono allearsi con il partito di Geert Wilders. Il ventre molle, la partita dell’ anno si consuma in Francia e qui è visibile lo schema di gioco che ci accompagnerà in questo 2017 e pure nel 2018 quando voterà anche l’ Italia: europeisti contro antieuropeisti. In questo senso la Francia ex gollista e postsocialista può diventare un laboratorio: per entrambi i fronti. Per la destra radicale di Marine Le Pen, la più forte e strutturata della galassia populista europea: un partito che ha fatto scuola nel ruolo di cattivo maestro, ma che esprime posizioni reazionarie da sempre presenti nel pancione francese.

L’ insidia, oggi, è data dalla «presentabilità» del Fronte nazionale, dallo sdoganamento ottenuto da Madame Marine dopo la bonifica ideologica del partito ereditato dal padre: una formazione antiliberale ma cresciuta all’ ombra della democrazia, un insediamento antisistema ma in marcia verso le istituzioni, imponendo un’ agenda che ha contagiato ambienti insospettabili. Il carattere sperimentale delle elezioni francesi riguarda, però, anche il versante europeista e riformista guidato da Macron, ex banchiere ed ex ministro del governo socialista: è il primo match in cui è in campo un rassemblement centrista e liberaldemocratico di nuovo conio, che si spende esplicitamente pro Europa. Ne valuteremo il peso e la consistenza di pensiero, andrà verificato se è una moda nuovista o meno, ma in ogni caso appare come la prima, inedita esperienza in controtendenza per arginare il montante sovranismo. Per riprendere le parole di Napolitano, ci vuole certo coraggio per affrontare in campo aperto la deriva nazionalista sotto le bandiere di questa Europa, dove è evidente il divorzio fra crescita e stabilità e dove la gestione dei vincoli e delle sanzioni sta superando il limite. Un’ Europa, fra l’ altro, che si nutre di un eccesso di retorica, mentre è uscita ancora divisa dai recenti vertici: alla contrapposizione fra Sud e Nord sulla crisi dei debiti sovrani s’ è sovrapposta, radicalizzandosi, quella con l’ Est sui migranti e sulla sovranità nazionale. Nonostante tutto, ci sono comunque ancora valide ragioni per condurre la buona battaglia della convivenza civile: è una storia smarrita, ma tutt’ altro che finita.


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