La difesa non scontata dello Stato di diritto

La difesa non scontata
dello Stato di diritto

È passato quasi inosservato il fatto che la nuova presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, nel suo primo discorso al Parlamento Europeo, abbia citato con toni forti la difesa dello stato di diritto: «La dea Giustizia è cieca: difenderà lo stato di diritto ovunque venga attaccato». Ma come? Nell’Europa della «filosofia greca e della legge romana» (citiamo sempre la presidente), nella terra di Locke e Montesquieu, è proprio necessario sottolineare qualcosa che dovrebbe essere scontato e pacifico per tutti?

Purtroppo è necessario, ed è significativo che a richiederlo siano stati i gruppi parlamentari socialista e liberale, con quello democristiano i più antichi dell’assemblea di Strasburgo. Sono fortunatamente la maggioranza europea, perché l’assalto sovranista è rimasto sotto le Alpi e al di là del Danubio, ed è trattenuto da una specie di cordone sanitario, ma è ben chiaro che l’assurdo ossimoro della democrazia illiberale è un grave pericolo per l’Europa, gigante economico, oggetto del desiderio della nuova geopolitica mondiale, ma nano politico quando si divide al grido di «prima casa mia, poi tutti gli altri». Il guaio è che l’appello è rivolto in particolare verso noi italiani, unici ad avere una maggioranza, legittima ma eletta in contrapposizione, che molto concretamente tende a minare le basi di questioni assolutamente da non sottovalutare, come ad esempio il fatto che la parte più importante dei dibattiti sulla migrazione (il resto essendo un’agenda rovesciata delle priorità vere) riguarda proprio il principio basilare del diritto del mare (anch’esso citato dalla von der Leyen).

Pochi ne parlano, ma è giunta già alla seconda lettura una riforma costituzionale che ha in sé una lucida visione di demolizione della democrazia rappresentativa. Sfruttando il sentimento antiparlamentare che in Italia è molto popolare, e quindi sventolando la riduzione dei seggi (cosa almeno discutibile, perché la rappresentanza, in un Paese degli 8 mila comuni e dei mille partiti, è prima un bene che un male), in realtà tende ad una specie di democrazia diretta alla Casaleggio. Al Parlamento resterebbe una funzione residuale se volesse modificare le proposte cosiddette popolari, perchè il referendum confermativo verterebbe su queste ultime. E le materie sarebbero delicatissime, toccando il penale in chiave non certo garantista, il fiscale, i diritti delle minoranze, e persino la difesa, la sicurezza e la legge elettorale.

Tutti fattori fondanti della democrazia, da sostituire con il sogno di Rousseau della «volontà generale», che fa diventare pensiero di tutti il cosiddetto senso comune citato da Manzoni a proposito degli untori. Da qui, la possibilità di fare leggi retroattive, come sta già avvenendo per il penale all’insegna dell’incivile termine «spazzacorrotti». Il dichiarato intento di negare l’autonomia dei parlamentari obbligandoli al mandato ricevuto è il traguardo finale, ma sarebbe inutile se il Parlamento stesso diventasse inutile. C’è insomma una deriva che va quanto meno denunciata. Non sono cose formali il fatto che la Costituzione preveda l’«obbligo» per un ministro di presentarsi in Parlamento se richiesto, che si discutano stancamente decreti importanti perché tanto interverrà alla fine il voto di fiducia, che si chiedano per qualunque cosa Commissioni d’inchiesta e non è folclore ma motivo di riflessione che ben 43 parti sociali si affollino nei saloni di un ministero per ascoltare un ministro che non è quello del lavoro.

Lo stato di diritto è lo stato che contiene le spinte prevaricanti del potere esecutivo, e mette in campo per questo pesi e contrappesi. Il diritto penale senza procedura penale, ad esempio, è un rischio per la libertà personale. Senza accorgersi di queste presunte sottigliezze, si finisce in un’epoca come l’attuale, per di più segnata da tecnologie di massa, che tende a scambiare la sicurezza con la libertà. I ragazzi di piazza Tienanmen (ancora oggi sconosciuti e senza un monumento a ricordarli) combattevano perché il pane non fosse più importante della verità.


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