La Lega e i migranti Il partito all’incasso

La Lega e i migranti
Il partito all’incasso

La questione migratoria ha avuto un ruolo centrale nella campagna elettorale. A beneficiarne è stata soprattutto la Lega, come si evince dalla travolgente vittoria del partito già nordista. Due fatti sono esemplificativi: a Macerata, dove tre nigeriani sono stati arrestati per l’omicidio di una ragazza e un italiano per vendetta ha sparato a sei africani in strada, il Carroccio è passato dallo 0,6% di preferenze alle Politiche del 2003 al 20% di questa tornata elettorale; a Gorino, frazione del Ferrarese dove nell’ottobre 2016 scoppiò una rivolta contro l’ospitalità a 12 donne migranti in un ostello del paese requisito dal prefetto, tra i 480 abitanti la Lega prese il 3,6% nel 2003 e ben il 43,6% domenica scorsa. Eppure c’è un sindaco Pd e una tradizione di giunte di sinistra dal 1963.

I numeri elencati danno idea di quanto sia cambiato il vento e della centralità del tema migrazioni nel grande successo leghista nel Nord Italia. Del resto il segretario del partito Matteo Salvini, con abile cinismo e retorica studiata, ha cavalcato la questione, presentandosi nei luoghi del malcontento e delle paure come il paladino difensore della sicurezza e del «prima gli italiani». Anche al di là del merito delle questioni. A proposito degli spari contro gli africani a Macerata espresse un giudizio pericoloso («violenza chiama violenza») e a Gorino si schierò senza se e senza ma con la popolazione locale. Contraddicendosi però: il leader dei lumbard ha sempre detto che l’accoglienza di persone in fuga dalle guerre è sacrosanta (lo ribadì anche durante una visita a Lampedusa) e quelle 12 donne nigeriane con bambini respinte, erano scappate dalle torture e dalle violenze sessuali dei miliziani di Boko Haram, sigla affiliata ai tagliagole dello Stato islamico che combattiamo. Quelle donne non rappresentavano certo un problema per la sicurezza di Gorino: anzi, cercavano lì la sicurezza persa nel loro Paese d’origine.

Ma tant’è. La Lega ha condotto una campagna elettorale senza scrupoli su questo tema ed ha stravinto. Un’affermazione che è il termometro del disagio e del malumore che serpeggiano anche nel Nord Italia, non certo risparmiato dalla crisi economica, sociale e culturale che ha colpito tutta Europa dal 2008. Non manca qualche ragione: ad esempio rispetto al metodo di scavalcare i sindaci per la gestione dell’accoglienza di migranti nei Comuni; o la domanda sul destino dei richiedenti asilo ai quali è respinta la richiesta (sono il 60% a livello nazionale). Ma le domande vanno poste anche rispetto alla situazione internazionale che viviamo. L’immigrazione irregolare esiste anche perché non ci sono canali regolari per emigrare, nemmeno canali umanitari per i siriani in fuga da un conflitto che ha generato quasi 500 mila morti.

E poi ci sono altri numeri. Gli sbarchi in Italia nel 2017 sono stati il 34% in meno del 2016, con un ulteriore, drastico calo nel 2018: -88% rispetto ai primi due mesi dell’anno precedente. Inoltre nel 2016 a causa della crisi 42.553 migranti hanno lasciato l’Italia. L’Europa è destinataria solo dell’8% delle popolazioni in movimento nel mondo. Nessuna invasione quindi. Razionalizzare il fenomeno attraverso i numeri però lascia il tempo che trova (come certificare che i reati sono in calo, anche se non spariti, ovvio). La percezione e le emozioni hanno prevalenza sul reale. Se la Lega andrà al governo (il discorso vale anche per i 5 Stelle) dovrà misurarsi con questi stessi sentimenti che l’hanno portata a stravincere le elezioni. Dovrà dare risposte, mantenere le promesse (come il rimpatrio di tutti i clandestini, scritto nel programma; auguri…) per non generare disillusione. «Prima gli italiani»: ma il mondo tribolato intorno a noi non si ferma di fronte allo slogan di un partito vincente.

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