La nuova Bergamo
terra inesplorata

Stiamo entrando in terreni inesplorati e il venir meno di punti di riferimento solidi e conosciuti dà un po’ di vertigini. La vendita di Italcementi ai tedeschi di Heidelberg segna una svolta epocale per il destino dell’azienda innanzitutto e per Bergamo in seconda (ma non secondaria) battuta. Da qui, dal quartier generale di via Camozzi, è passata la storia dell’industria della nostra piccola grande provincia e dell’Italia.

La nuova Bergamo terra inesplorata

Da qui è passata a tratti la storia del Paese. Inutile girarci intorno: la plancia di comando si sposta altrove e qualche timore, al riguardo, per la nostra terra abituata a tracciare la strada piuttosto che a seguire quella dettata da altri, appare lecito o quantomeno umano. Terreni inesplorati, appunto, anche se la razionalità della logica industriale non fa una piega: si uniscono mercati complementari, rispondendo con una strategia più d’attacco che di difesa alla sfida globale lanciata dalla fusione Holcim-Lafarge. Anche la finanza è già passata dal brindisi ai fuochi d’artificio: a Piazza Affari Italcementi ha fatto più 6% martedì, quando i due big del cemento non avevano ancora confermato i rumors, e più 49% mercoledì, ad avvicinarsi al prezzo dell’acquisto e dell’Opa, fissato a 10,6 euro per azione.

Un premio sostanzioso: il 70,6% in più rispetto alla media ponderata degli ultimi tre mesi, a testimoniare il valore di questa industria bergamasca che in un secolo e mezzo di storia, festeggiati giusto l’anno scorso, è passata dal primo impianto a Scanzorosciate ad essere fra i primi cinque produttori di cemento al mondo, con una forza industriale che va dall’Italia agli Stati Uniti, passando per la Francia, l’Egitto e la Thailandia, solo per citare alcuni dei 22 Paesi dove Italcementi opera con 18 mila persone. E con una forza innovativa che ha il suo cuore pulsante nel centro di ricerca e sviluppo i.lab. Proprio su questo terreno, fra l’altro, Italcementi e il gruppo tedesco, oggi grande tre volte quello bergamasco, avevano iniziato a collaborare sette anni fa. Sul tema l’amministratore delegato (Ceo) di Heidelberg Cement, Bernd Scheifele, martedì ha dichiarato: «Lavoriamo con una rete globale di centri regionali di ricerca e sviluppo e siamo lieti di dare il benvenuto a i.lab come membro nuovo».

Hanno l’aria di essere le parole di chi ha tutto l’interesse a mantenere e far crescere le competenze e le intelligenze che hanno creato il cemento mangiasmog, oggetto degli accordi del 2008, o il cemento trasparente di Expo Shanghai 2010 o il cemento biodinamico di Palazzo Italia all’attuale Expo di Milano. Questa potrebbe rappresentare una prima rassicurazione agli interrogativi comprensibili posti dai sindacati, unita a due considerazioni industriali e di mercato, almeno per quanto riguarda l’Italia, dove Italcementi ha 2.500 persone, di cui circa 750 tra sede, centro ricerca e cementeria di Calusco. Quest’ultima è stata ammodernata nel 2004, esempio di avanguardia tecnologica insieme agli impianti di Matera e Rezzato, pure revampati fra il 2011 e l’anno scorso, strutture portanti nell’assetto dimagrito e razionalizzato dalle azioni anticrisi messe in campo negli ultimi anni da Italcementi sul mercato italiano sfiancato da un crollo del mercato che ha riportato a livelli di produzione anni Sessanta. Si tratta di investimenti che sul piano industriale dovrebbero rappresentare una sorta di assicurazione sul futuro, unita al fatto che per Heidelberg l’Italia è un mercato nuovo: è ragionevole pensare che l’abbia comprato per farlo funzionare e trarne profitto.

Certo, mercoledì Scheifele ha detto chiaramente che non è nello stile di Heidelberg avere due sedi centrali. Si tratterà di capire cosa questo potrà significare per Bergamo e se, nel caso, si limiterà alla ridondanza di prime linee di vertice, ipotizzabile in operazioni di questo tipo, o meno. Ci vorrà comunque tempo per digerire questa rivoluzione, capire come sarà il futuro e prendere le misure a un mondo nuovo. Per Italcementi e per Bergamo.

Non siamo più centro di comando o quantomeno non lo siamo più in solitaria. È successo per il Credito Bergamasco, fuso nel Banco Popolare. Succede ora per Italcementi. E Ubi si appresta ad affrontare uno scenario inedito con la trasformazione da Popolare a società per azioni. Terreni inesplorati. Se è vero, come ha detto Carlo Pesenti, che «in un mercato sempre più globale non bisogna guardare a limiti geografici che ormai non hanno più senso», sarà da vedere se in questa economia fluida Bergamo saprà continuare a ritagliarsi un ruolo da protagonista. O se diventerà gregaria sulla strada tracciata da altri.

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