La pretesa pericolosa delle verità assolute

La pretesa pericolosa
delle verità assolute

«Assolutamente sì», «assolutamente no». Sono espressioni che sono entrate nel linguaggio di tutti i giorni. Talvolta «assolutamente» viene usato da solo in risposta a una domanda. Sono modi di dire. E proprio per questo si è tentati di liquidarli senza particolari attenzioni. Ma non è necessario essere linguisti o sociologi navigati per sospettare che i modi di dire non sono «soltanto» modi di dire. I modi di dire, in effetti, dicono molto più di quello che dicono. La moda dell’«assolutamente» è stata spiegata anche con dotte considerazioni linguistiche, soprattutto con l’influsso dell’inglese (dove l’avverbio absolutely è molto usato) e delle cattive traduzioni nei serial televisivi che tendono a essere foneticamente fedeli all’originale più che preoccupate del buon italiano.

Va notato, in ogni caso, che questa «moda» è recente. Chi è un po’ su negli anni non ricorda, di avere coltivato, da giovane, questo vezzo linguistico. Dunque c’è da sospettare che sia legato a qualcosa che riguarda noi oggi, i nostri modi di vedere e di pensare: la nostra cultura, in una parola. A proposito di «assolutamente», Wikipedia dice che l’avverbio in questione rimanda a «un linguaggio inutilmente iperbolico e aggressivo, se non addirittura intransigente e fanatico». Interessante. Gli aggettivi «intransigente» e «fanatico» suggeriscono, in effetti, qualcosa che non è più soltanto un modo di dire, ma piuttosto un modo di pensare, elemento costitutivo di un concetto moderno di verità. La mia verità è la verità, semplicemente, e non ci possono essere dubbi perché quella mia verità è assoluta. Non è difficile far notare che l’affermazione di una verità che è insieme mia e assoluta, va di pari passo con l’idea che ho di me stesso. Io sono la fonte della verità, infatti. Io soltanto e non altri, quindi non ad altri devo rendere conto di quello che penso e di quello che dico. Da qui una conseguenza molto semplice. Se io sono un assoluto e mi comporto e parlo come tale, non posso impedire che altri si dichiarino assoluti e parlino e si comportino come me, cioè da assoluti. Si può allora capire un altro fenomeno, anche questo tipicamente moderno. È lo scontro. Infatti: le diverse verità che pretendono tutte di essere assolute non possono portare ad altro che a scontrarsi tra di loro.

Non vorrei andare troppo lontano, ma mi piace soltanto accennare al fatto che la situazione sarebbe diversa se esistesse anche solo un condensato ridotto di verità accettate da tutti e alle quali tutti dovremmo far riferimento. Allora la verità assoluta sarebbe una sola e tutte le altre verità, non avendo più la pretesa di essere uniche, potrebbero convivere. Tutto sulla carta, questo. Ma è inevitabile pensare che la cultura dell’«assolutamente sì» va di pari passo con l’intolleranza di ogni verità e di ogni autorità che la convalida. E si capisce: l’io sovrano assoluto non tollera altri sovrani. È probabile che alcuni dei fenomeni ai quali assistiamo quotidianamente si possano ricondurre alla cultura dell’«assolutamente sì». Ad esempio: non si ama molto discutere, oggi. Quelli che si chiamano ma si grida la propria. Lì e altrove è difficile dialogare. Il nobile esercizio del dialogo nasce dall’evidenza che non abbiamo già tutto e dalla curiosità verso quello che non abbiamo ancora. Ma la verità dell’«assolutamente sì» è convinta di avere tutto e non nutre curiosità verso altre verità. Il rodeo dei partiti che, nei prossimi giorni, saranno alla ricerca di un accordo per il governo sarà anche – anche, non soltanto – l’esercizio difficile per superare l’«assolutamente sì» e approdare a un «relativamente sì» o perfino a un «probabilmente no». Altrimenti l’accordo sarà molto difficile e anche il nuovo governo potrebbe diventare un sogno impossibile


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