La risposta a Grillo viene dalla fabbrica

La risposta a Grillo
viene dalla fabbrica

Per una singolare coincidenza il recente schiaffo dei 5 Stelle al sindacato, con la critica alle sue «incrostazioni di potere», è arrivato qualche giorno prima della firma del memorandum relativo alla legge delega di contrasto alla povertà. L’intesa è avvenuta fra il governo e l’Alleanza contro la povertà, un cartello di una quarantina di sigle, nato su iniziativa di Caritas e Acli e che riunisce sindacati confederali, enti locali, associazioni e Ong. Il significato «politico» (con le virgolette) dell’accordo sul reddito d’inclusione, di cui il sindacato è parte in causa, forse sfugge a chi tende a svalutare i corpi intermedi della società: è la prima volta che un governo concorda una norma con un arcipelago di forze sociali che non esprimono soltanto interessi di categoria, perlomeno in senso stretto.

Nel riconoscere che il governo non può tutto, che non è autosufficiente, si dimostra che i corpi intermedi (l’associazionismo di varia natura che sta fra il cittadino e lo Stato) sono ancora in grado di intercettare i bisogni reali del Paese e di costruire un percorso che ha per obiettivo l’interesse generale. Dunque, un riformismo non calato dall’alto o graziosamente concesso, ma dal basso, dal ventre delle fratture sociali. Si può concludere anche in altro modo: il significato di questo passaggio smentisce le virtù della disintermediazione, termine e prassi di moda che, nel nostro caso, vogliono dire saltare o limare il ruolo del sindacato, e della rappresentanza in generale, nel rapporto fra lavoratore e azienda. Questa parola contagiosa, «disintermediazione», non ha una precisa paternità ma è figlia di questi tempi, dell’idea che il dialogo diretto fra il leader e gli interessati consenta di superare i veti incrociati e le mediazioni infinite e di arrivare così ad un consenso selettivo in grado di produrre decisioni, tagliando fuori le infrastrutture sociali. Il primo Renzi questa tentazione l’aveva avuta («Parlo con i lavoratori e non con i sindacati»), ma poi era stato costretto ad abbandonarla e infatti in un secondo tempo è arrivato l’accordo sulle pensioni. Grillo semplifica il tutto con la democrazia diretta del clic e il suo ragionamento segue una logica spiccia e che più o meno suona così: partiti e sindacati pari sono perché entrambi hanno prerogative e riti da Casta, il concetto «uno vale uno» deve avere cittadinanza in politica e pure in fabbrica, quindi «la presenza e l’incidenza del lavoratore nella governance della propria impresa va disintermediata». Par di capire che non ci sarebbe più bisogno del sindacato, in quanto sarebbe il singolo lavoratore a giocarsi la partita con l’imprenditore, ma cosa ne facciamo dei contratti nazionali e aziendali? Chi lo va a spiegare ai metalmeccanici? Un conto è la legittima critica alle «incrostazioni del potere», altra cosa è la delegittimazione dei confederali, tanto più che il sindacato è rappresentanza o non è.

Ogni tanto occorre ricordare quel che è scontato, cioè che la partecipazione – come ha detto Annamaria Furlan, leader Cisl – si fa in modo collettivo e non individuale. L’alternativa è la solitudine che, nei rapporti di forza in azienda, si affiancherebbe alla debolezza del lavoratore. Nella mossa grillina non c’è soltanto il consueto Rousseau, il teorico della democrazia totalitaria, per il quale la libertà finisce dove inizia la delega. C’è anche la pedagogia negativa della signora Thatcher che, nel lontano 1985 e facendo la ramanzina ai dirigenti sindacali italiani, spiegava che la società non esiste: ci sono solo i cittadini e lo Stato. Il premier inglese aveva alcune buone ragioni dinanzi all’oltranzismo dei minatori in sciopero, ma da allora il sindacato (passando anche dalla Fiat anni ’80) ha imparato qualcosa da quelle «eroiche sconfitte». Costretto sulla difensiva in un ambiente non sempre favorevole al lavoro, ma continua ad esserci e la sua forza misura la qualità della democrazia. L’esperienza storica dice che il sindacato meglio in salute in Europa è quello tedesco, anche perché ha saputo conciliare gli interessi dei suoi iscritti con quelli generali del Paese. Da noi il percorso è stato più complesso e contraddittorio e con tutti i limiti noti. Tuttavia è in corso una «rivoluzione silenziosa» che sfugge ai talk show ed è il ritorno del sindacato in fabbrica: 20 mila contratti aziendali per agganciare i premi di produttività siglati negli ultimi mesi non sono pochi. C’è un sindacato di tutti i giorni che non fa notizia, che tiene il passo e che non fugge dalla realtà, rilanciando il mestiere che sa fare, la natura della sua esistenza: contratti, partecipazione e responsabilità, innovazione, welfare aziendale, dialogo con il territorio. La rappresentanza è anche questo: ripartire dalla fabbrica, dalle origini.


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