La sinistra unita Il solito miraggio
Pierluigi Bersani e Giuliano Pisapia

La sinistra unita
Il solito miraggio

Più che unirsi, la sinistra italiana si sta dividendo in particelle di sodio disperse nell’universo. Il tentativo di costruire un’unica alternativa «di sinistra» al Partito democratico di Matteo Renzi non sta riuscendo e tantomeno è partita l’operazione di chi vorrebbe riunire l’intero centrosinistra in un unico soggetto, tipo Ulivo. Così ognuno va per conto suo.

L’unica cosa certa del pantano in cui la sinistra italiana si è cacciata per l’ennesima volta della sua storia centenaria, è che il maggior partito riformista, il Pd, ne uscirà danneggiato o comunque privato di militanti e, soprattutto, di voti. Ciò che sta accadendo in Sicilia ne è la dimostrazione quasi scolastica: di fronte alla marcia dei grillini, pronti a conquistare la Regione, e alla resurrezione di un centrodestra di nuovo in campo, il centrosinistra si presenta con ben due candidati che, come in Liguria, si faranno soprattutto la guerra tra loro con il rischio che il Pd arrivi terzo nella lotta per la successione al bizzarro governatore Rosario Crocetta. In quello che fu l’Ulivo va di moda l’aggettivo «vasto» per definire il «campo» progressista, ma in futuro di questa «vastità» potrebbe non esserci traccia, anzi.

In mezzo a tutto ciò sta Giuliano Pisapia, l’ex sindaco di Milano che, al termine del suo mandato a Palazzo Marino, si è auto-assunto il compito di «federatore» dei progressisti divisi. Nessuno lo aveva chiamato ad un tale compito, e il suo esordio fu accolto con una certa freddezza da chi era soprattutto occupato in quel momento a lanciarsi invettive: i democratici di Renzi e gli ex democratici di Bersani e D’Alema. Lui li voleva riappacificare, figuriamoci: in tutti questi mesi il mite avvocato di gran famiglia milanese non è mai riuscito a sottrarsi alla tenaglia dei veti contrapposti degli eterni nemici. E così è stato un po’ con Renzi, un po’ con Bersani; sul palco con D’Alema ma anche abbracciato a Maria Elena Boschi (furentissime proteste). In Sicilia, poi: se Renzi con il sindaco di Palermo Orlando e il centrista Alfano candida a governatore il rettore dell’università Micari; e i dalemiani e la sinistra-sinistra di Fratoianni ripescano contro Micari Claudio Fava, Pisapia riesce a decidere con chi stare, forse non lo deciderà mai, e questo potrebbe essere il suo azzoppamento finale.

Per la verità i bersaniani fanno trapelare di considerarlo già bollito e sperano ancora che Piero Grasso si decida a guidare lui le truppe scissioniste. Ma il presidente del Senato non scopre le carte: ha rifiutato di candidarsi in Sicilia e forse già guarda al dopo-Mattarella. Accanto a Pisapia va messa in conto qualche altra particella di sodio come Pippo Civati, ex renziano, ex piddino, che ora guida un micro-partito di nome «Possibile». E poi ci sono gli ex rifondaroli di Nicola Fratoianni, il bel tenebroso di Foligno che guida il partito che fu di Bertinotti e di Vendola nutrendo diffidenza verso D’Alema ma soprattutto somma condanna nei confronti di chiunque abbia detto buongiorno a Matteo Renzi o, peggio ancora, a Marco Minniti, la nuova bestia nera dei «radicali» che si riconoscono in Gino Strada o anche nello storico dell’arte Tomaso (una sola emme) Montanari. Anche costui si è autoproclamato riunificatore della sinistra ma, per dirla con grande vecchio del Pci come Fortebraccio, la cosa è caduta nella generale indifferenza.

Nel frattempo però Fratoianni ha deciso di rifondare la mitica scuola quadri del partito comunista del bel tempo che fu: la sede non sarà alle Frattocchie, e pazienza, ma a Testaccio, quartiere ex operaio, oggi molto radical chic, dove ancora in qualche osteria si riesce ad incontrare chi, ordinando il vino, lo chiede: «Rosso, rosso come me».


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