La vittoria a Raqqa la guerra da capire

La vittoria a Raqqa
la guerra da capire

Com’era già successo per la riconquista di Mosul, anche la liberazione di Raqqa dalle milizie dell’Isis viene accolta con inni di giubilo. E con ragione, perché del Califfato non se ne può davvero più, perché tre anni e mezzo per sconfiggerlo militarmente sono stati un’assurda enormità di tempo e perché ogni passo che avvicina alla sua estinzione è solo benvenuto. Però… Per giudicare che cosa sta succedendo, e che cosa potrebbe succedere domani o dopo, bisognerebbe anche avere le idee chiare sui protagonisti e sulle loro

ambizioni. Cosa che non sempre succede. Si sente spesso dire, per esempio, che Raqqa è stata liberata dai curdi. Che però sono i cosiddetti «curdi del Rojava», ovvero curdi siriani (in altre parole: cittadini del Paese ancora governato da Bashar al-Assad) che non ambiscono all’indipendenza ma a una forma di autonomia regionale dentro una Siria federale. Nessun «grande Kurdistan» nei loro sogni, ma la giustificata ambizione a mettere a frutto in modo ragionevole i sacrifici fatti combattendo l’Isis. Sostenuti in questo dagli americani, che sono al loro fianco anche sul campi di battaglia. Non c’entrano nulla, quindi, i curdi del Kurdistan iracheno, quelli che qualche settimana fa sono stati chiamati da uno dei loro leader, Masoud Barzani, a votare per l’indipendenza, finendo sconfessati non solo dai Paesi coinvolti (l’Iraq perché verrebbe smembrato, Iran e Turchia perché ospitano minoranze curde da sempre inquiete) ma anche dagli Usa. I curdi iracheni vivono in una regione non governata ma di fatto posseduta da due famiglie (i Barzani, appunto, e i Talabani) e sono dunque lontani anni luce da quelli del Rojava anche nella pratica politica quotidiana, visto che i curdi siriani credono in una sorta di democrazia assembleare.

Non a caso i curdi iracheni si sono ritirati da Kirkuk e dall’area più ricca di campi petroliferi non appena l’esercito iracheno ha mostrato un po’ di muscoli: perché erano rimasti soli con le loro pretese di indipendenza. E se a qualcuno tutto questo ricorda la Catalogna, una ragione ci sarà.Prima avvertenza, dunque: c’è curdo e curdo. Seconda, e conseguente: c’è vincitore e vincitore. Sia a Raqqa in questi giorni sia, prima, a Mosul, le luci della ribalta sono state lasciate all’esercito dell’Iraq. Ma un contributo decisivo è stato offerto dalle discusse e discutibilissime milizie popolari sciite organizzate sul modello dei pasdaran iraniani. Il Governo di Teheran ha così messo un altro mattone all’edificio che sta costruendo, in termini di influenza politica, nella Mezzaluna Fertile, lungo quello che fu il cammino di Abramo: Iraq, Siria e Libano. Israele e le petromonarchie sunnite del Golfo Persico si preoccupano ma per il momento non c’è molto che Donald Trump possa fare per tranquillizzarli se non denunciare, come appunto ha fatto, l’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015 con l’Iran da Barack Obama.

Gli ayatollah, però, hanno ben altro da cui guardarsi. Haydar al-’Abadi, l’attuale premier sciita dell’Iraq, è più intelligente del suo predecessore, l’altro sciita Nur al-Maliki, che fece disastri inimicandosi per sempre i sunniti. Ma le famose milizie popolari sciite sono state accusate di crimini contro i civili ovunque sono state impegnate e non v’è ragione di credere che la campagna per liberare Raqqa faccia eccezione. Il risentimento dei sunniti iracheni durerà molto a lungo e basterà poco, ai Paesi del Golfo che hanno finora appoggiato e finanziato i gruppi armati radicali, per tenere in ebollizione l’Iraq, e forse anche la Siria, a colpi di attentati e bombe. Cosa peraltro già successa negli anni successivi all’invasione anglo-americana del 2003. Tutto questo per dire che vincere la guerra è cosa affatto diversa da conquistare la pace. Anzi, la vittoria militare è spesso garanzia di future traversie, come le lezioni di Afghanistan, Iraq, Libia e Yemen (e sull’opposto versante della Siria) dovrebbero averci ampiamente illustrato.

Troppo poco sottolineata, invece, è la lezione di realismo che arriva dalle due maggiori potenze, Russia e Usa, da anni impegnate in una guerra per procura nel cosiddetto «Siraq», la porzione di Siria e di Iraq finita sotto il tallone dell’Isis. La Russia ha rovesciato il corso della guerra e ha salvato Assad, ma si guarda bene dal volere tutto e subito. Anzi, si destreggia tra i curdi siriani (spingendo Assad su posizioni con loro conciliatorie), i curdi iracheni (con i quali discute di investimenti petroliferi), l’Iran, l’Arabia Saudita e la Turchia. Gli Usa, appoggiando il Rojava, hanno sventato il rischio di essere tagliati fuori da una soluzione politica della crisi. E anche se Trump fa la faccia feroce con l’Iran, si guardano bene dal forzare laddove più conta, cioè sul campo. Chissà, potrebbe essere l’inizio di qualcosa.


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