La nostra economia fa gola alle mafie

La nostra economia
fa gola alle mafie

«La provincia di Bergamo è ritenuta, dagli esponenti della criminalità, una zona di transito piuttosto sicura, che offre ampie possibilità di mimetizzazione». La data in calce è quella del gennaio 1994, il documento è della Commissione parlamentare antimafia. Paiono però attuali, quelle parole: cosa ci faceva a Martinengo un presunto ’ndranghetista in fuga dalla giustizia e da una condanna a 28 anni in primo grado? Probabilmente nella Bassa bergamasca aveva visto un approdo sicuro e pensava camaleonticamente di mimetizzarsi, almeno fino al blitz di ieri dei carabinieri.

Non è Corleone, Bergamo. Va premesso. E non è San Luca o Platì, le capitali della mafia calabrese, e neppure Buccinasco o Corsico, quei pezzi di hinterland milanese diventati colonie dei clan, tra lingue di fuoco che si alzano e coraggiosi amministratori locali che convivono con minacce a intervalli regolari. Eppure, la sensazione è che molte spie si siano accese recentemente, in Bergamasca. Partendo dall’economia.

Lo scorso anno, la Banca d’Italia ha segnalato in Bergamasca 1.562 operazioni economiche sospette in materia di riciclaggio; nel 2009, erano 373. Le estorsioni, contava l’Istat, sono passate dalle 67 del 2009 alle 110 del 2016; nello stesso periodo, gli incendi dolosi si mantenevano su una media di 60 l’anno. Campanelli d’allarme, dal denaro che si ripulisce alle intimidazioni che spesso soffocano l’economia. L’avanzata delle mafie al Nord e sotto le Orobie ha radici profonde fino agli anni Sessanta. I «confinati», il clamore dei rapimenti, le raffinerie di droga. Poi, l’inabissamento. Nelle carte della magistratura settentrionale, ricorre la definizione di «mafia silente»: più attenta agli affari, che non a sparare. Si fa largo nei settori dove serve meno specializzazione: in certi pezzi di Lombardia, il movimento terra è monopolio della ’ndrangheta; la ristorazione, sempre più spesso, è infettata dai capitali dei clan. Dove invece serve più competenza tecnica, il grimaldello l’ha offerto la crisi economica: in tempi di stretta del credito, imprenditori disperati, pur di non chiudere, hanno ceduto alle offerte del fresco denaro delle cosche, per poi vedersi spolpata da quei criminali l’azienda costruita con anni di sacrifici. È successo anche a Bergamo, lo racconta per esempio un maxi-processo bolognese che ha già portato a pesanti condanne nei confronti di aguzzini in odore di ’ndrangheta arrivati sino in terra orobica. E in filigrana, se non c’è il bagliore dell’omicidio, ci sono però i racconti di una violenza mafiosa amministrata con parsimoniosa economia: basta una frase appariscente il giusto, basta far capire a un imprenditore con l’acqua alla gola che il figlio è pedinato, per convincere un uomo onesto a sottostare alle regole del clan. Anche questo è successo a Bergamo.

C’è però una società civile che prova a resistere all’avanzata, anche a Bergamo. Si stanno muovendo i piccoli artigiani, attraverso associazioni di categoria che provano a mettere nero su bianco un vademecum per conoscere e riconoscere le tecniche di seduzione della mafia, così da rifiutarle. Le Camere di commercio lombarde, e dunque pure a Bergamo, in tempi recenti avevano avviato degli sportelli di ascolto per le vittime di estorsione o di corruzione. Sotto tutela, è arrivato il coraggio della denuncia. Giovani imprenditori vittime di richieste estorsive hanno fatto una scelta di campo, rivolgendosi alle forze dell’ordine e permettendo l’arresto di strozzini dal puzzo di clan. Nelle scuole bergamasche, oggi si parla sempre più di mafia; in politica, anche: le resistenze di un tempo si stanno scalfendo. Anche perché certe situazioni, oggi sono sotto gli occhi di tutti, non si possono più negare.


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