Legge elettorale Tattica e buio fitto

Legge elettorale
Tattica e buio fitto

Adesso si ricomincia tutto da capo. Ma nessuno sa quale sarà l’esito di questa interminabile fatica di Sisifo intorno alla legge elettorale, uno dei più clamorosi fallimenti della classe politica della seconda Repubblica. Quello che è sicuro è che il sistema «alla tedesca», col proporzionale e lo sbarramento, è quasi archiviato. È pressoché impossibile che possa essere recuperato in commissione dopo quello che è successo nell’aula di Montecitorio giovedì. I Cinque Stelle hanno votato contro gli accordi sottoscritti e, grazie ad un errore tecnico, il loro voltafaccia lo hanno visto tutti nonostante si votasse a scrutinio segreto. Per pochi secondi infatti il cartellone elettronico della Camera ha mostrato chi aveva votato sì e chi no, e i grillini avevano compattamente votato a favore di un emendamento che, stando alle intese, doveva essere bocciato. Lo hanno fatto apposta? Può darsi. Si sapeva che nel M5S si stava cercando un pretesto per far saltare tutto, e il Pd si aspettava un agguato sulle preferenze (per reintrodurle nonostante il disegno di legge non le preveda) cioè su un argomento che il grosso pubblico coglie facilmente e che può essere molto comodo in campagna elettorale («Vedete? Il Pd non vuole che voi scegliate il vostri deputato»). E invece sulla loro strada i grillini hanno trovato un emendamento minore che riguardava il sistema di voto nelle province autonome di Trento e Bolzano e su quello hanno affondato il colpo.

Capito il gioco, il Pd è subito andato all’attacco, accusando i pentastellati di non stare ai patti e di non saper mantenere la parola e proclamando la fine di ogni accordo. È abbastanza certo che i grillini si siano comportati così perché angustiati da troppi problemi interni. Da giorni il M5S era in sofferenza tra Di Maio che aveva siglato l’accordo con Renzi e Berlusconi e i suoi avversari interni che lo criticavano. In un primo momento, come si ricorderà, Grillo aveva zittito gli scontenti, poi – di fronte ad una specie di rivolta di tanti deputati – aveva promesso un nuovo voto della Rete. Nel frattempo è scoppiata la bomba sull’emendamento di ieri: con l’archiviazione del patto anche le correnti grilline possono tranquillizzarsi, almeno per il momento. Comunque da questa vicenda la supposta premiership di Luigi di Maio ne esce assai indebolita.

Anche Renzi, almeno apparentemente, si indebolisce. Ha giocato la carta dell’accordo con Grillo e Berlusconi rompendo i rapporti di maggioranza con i centristi di Alfano e la sinistra di Bersani, ed è andata male. Sorge il sospetto: Renzi ci credeva davvero a quell’intesa, o l’ha sottoscritta solo per dimostrare a Mattarella che lui ha tentato di fare una legge la più condivisa? Ecco uno dei tanti misteri che ci vengono offerti dall’estenuante tatticismo in cui la politica italiana consuma quel residuo di credibilità che le resta.

Adesso che succede? Ci sono due possibilità. Una, improbabile, è che si trovi un nuovo compromesso sul sistema «tedesco» in Commissione affari costituzionali e si riprovi la strada dell’aula. Diciamoci la verità: quasi nessuno ci crede che ormai si possa ricucire una tela tanto strappata. La seconda possibilità è che si vada a votare con i monconi di legge elettorali per la Camera e per il Senato che la Corte Costituzionale ci ha consegnato dopo aver bocciato per parziale incostituzionalità sia l’Italicum renziano che il Porcellum berlusconiano. È un sistema proporzionale puro che non garantisce che ci sia un vero vincitore elettorale e che apre, assai più del «tedesco», la prospettiva di una lunga instabilità. Per rimediare alle storture di una legge fatta come il costume di Arlecchino, il governo potrebbe fare un decreto «tecnico» per sanare alcune difformità nei testi e poi andare alle urne. Quando? Questo lo deciderà Mattarella, anche se certo Renzi gli potrebbe forzare la mano facendo dimettere Gentiloni. È tuttavia difficile che il segretario del Pd si prenda la responsabilità di far cadere – come gli ripete il suo ex alleato Angelino Alfano – il terzo governo guidato da un democratico, lui compreso.

Giovedì il l Capo dello Stato si è rinserrato in un silenzio da cui è trapelata solo la sua «preoccupazione» (anche se proprio questo silenzio ha dato la stura a varie interpretazioni forzate dell’atteggiamento della Presidenza della Repubblica). Per il resto è buio fitto.


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