L’Europa recuperi il tempo perduto

L’Europa recuperi
il tempo perduto

Non è finito nel migliore dei modi, ma poteva andare peggio: le aspettative erano basse, c’è una certa distanza fra obiettivi e risultati raggiunti, tuttavia il vertice del G7 di Taormina già in partenza era ritenuto il più difficile. Il documento sulla lotta al terrorismo islamista rivela un’azione comune, sul commercio internazionale s’è trovato un faticoso punto d’equilibrio in extremis, ma sull’immigrazione il compromesso è variamente interpretabile e il dibattito sul clima è stato molto insoddisfacente. Europa e America, di fatto, restano lontane.

C’è chi si interroga sull’utilità di questi summit, riservati al club dei Paesi più industrializzati che concedono molto alle operazioni-immagine in contrasto con gli umori della società civile e mentre – come ha richiamato un appello della Caritas italiana – «la solidarietà non orienta più l’azione comune degli Stati». Sono andate in scena le fragilità di due continenti e i tormenti dei loro governanti: l’imprevedibile e controverso Trump inseguito dagli scandali, l’esordiente Macron sotto esame e prossimo alle elezioni legislative dopo aver vinto le presidenziali, Merkel e May pure loro alla vigilia del voto, Gentiloni in scadenza e mentre sull’esecutivo si stanno scaricando tutti i guai del centrosinistra.

Il premier italiano ha svolto sino in fondo il proprio dovere di padrone di casa, sorretto da una diplomazia duttile e allenata a ricucire e, nelle condizioni date, può ritenersi «soddisfatto». Palazzo Chigi era interessato soprattutto a due dossier: Nato e immigrazione più Libia. L’Alleanza atlantica, definita «obsoleta» a suo tempo da Trump, sarà parte della coalizione anti Isis (un ruolo di coordinamento, non di combattimento), ma in agenda resta il problema delle quote di finanziamento delle singole nazioni con l’annunciato rimprovero del presidente americano, perché gli europei raggiungano il 2% delle spese. Per l’Italia, che in autunno deve vedersela con una pesante manovra finanziaria, significa sborsare dai 15 ai 20 miliardi di euro all’anno, considerando fra l’altro che già impieghiamo 7 mila militari in 31 missioni in 20 Paesi, dall’Afghanistan all’Iraq, dal Libano ai Balcani. Ancora più delicato il dossier immigrazione, che vede l’Italia in prima linea come terra di approdo, transito e destinazione. Dopo aver reso europeo l’impatto della crisi umanitaria, siamo ora impegnati ad accompagnare la ricostruzione della Libia e a tutelare i nostri interessi energetici, sostenendo la riconciliazione fra Tripoli e Bengasi e il dialogo fra le numerose tribù che controllano il territorio. L’obiettivo era quello di internazionalizzare la questione libica come Mattarella ha spiegato a Trump: serve il coinvolgimento dell’Onu prima che l’Isis, sul punto di essere sconfitto in Siria e in Iraq, occupi un vuoto di potere, insediandosi nel Paese che fu di Gheddafi. Se l’inquilino della Casa Bianca è parso non intenzionato a giocare di sponda con Russia ed Egitto che sostengono le fazioni di Bengasi, è però sembrato disimpegnato, ritenendolo un affare europeo.

Lo stesso vale per l’immigrazione: Trump è incline a vedere la minaccia alla sicurezza non disgiunta da quella migratoria e il suo orizzonte si ferma al Messico. Per l’Europa, e in particolare l’Italia, la più esposta, era questo il progetto più ambizioso e «alto»: collocare i flussi globali di popolazione al centro dell’attenzione della comunità internazionale e inserirli nella cornice inclusiva dei diritti umani. Questo approccio viene riaffermato nel comunicato finale, ma insieme ai «diritti sovrani» degli Stati a controllare i propri confini: la prima impressione è che sia la resa ad una situazione di fatto, ad un ritorno al passato. Per l’Italia la gestione di questi processi ha i risvolti noti e l’urgenza di non restare sola è pari ad una situazione difficile da governare: da inizio anno sono sbarcati 50.495 migranti con un aumento del 33,75% rispetto all’anno scorso. Un’ondata destinata a crescere per la carestia e la siccità che flagellano – nel silenzio generale ­– il Sud Sudan e il Corno d’Africa. In definitiva il Trump visto alla sua prima uscita internazionale s’è rivelato un osso duro. Non privo di un certo pragmatismo, nel quadro però di una logica di scambio asimmetrico: alza la posta per poi concedere qualcosa, ma le carte le dà lui. Gli interessi dell’America hanno la precedenza sul consenso dei partner e il negoziatore della Casa Bianca non pare a suo agio nelle relazioni multilaterali: un motivo in più perché l’Europa, strapazzata da Trump, recuperi il tempo perduto.


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