Lo scossone del voto Ubi e le sfide del futuro
L’assemblea di Ubi alla Fiera di Bergamo (Foto by Bedolis)

Lo scossone del voto Ubi
e le sfide del futuro

Sarà anche stato prevedibile, ma per la Bergamo Popolare è pur sempre uno scossone e ci vorrà tempo per digerirlo. La lista dei fondi, ieri all’assemblea di Ubi in Fiera, ha ottenuto il 51,11% dei voti: un numero solo, la maggioranza, per dire quanto con la Spa è cambiato il mondo. Il ribaltone, però, è stato solo sulla carta. Gli investitori istituzionali, infatti, avevano già dichiarato di voler essere minoranza e di non ambire a governare la banca, tanto che avevano indicato solo tre candidati su quindici posti disponibili nel consiglio di sorveglianza.

I tecnicismi assembleari hanno quindi assicurato l’elezione di dodici rappresentanti del listone bergamasco-bresciano-cuneese e la conferma di Andrea Moltrasio alla presidenza. Ma è stata una non vittoria. Per molti, un brutto risveglio, con Bergamo che porta a casa solo tre consiglieri. Di sicuro, l’inizio di una nuova storia.

Mandato in soffitta il principio capitario «una testa, un voto» che per oltre un secolo ha governato la banca, dalla Popolare a Ubi passando per Bpu, la prima assemblea da società per azioni ha segnato una linea di demarcazione netta con il passato. Nella posizione dei fondi, è stato specificato, non ci sono né sfiducia né antagonismo verso l’attuale management. L’ipotesi che una parte di loro potesse orientarsi verso il listone dei soci storici si è rivelata però un’illusione. È il mercato, bellezza. Ed è solo l’inizio. Nella Spa i capitali si muovono, giudicano e decidono: in un attimo può cambiare tutto. È una consapevolezza nuova, da assimilare e che cambia le logiche. Forse si riferiva anche a questo Moltrasio quando, alla fine dell’assemblea, ha parlato di «una sconfitta che quasi quasi fa piacere e ci dà una disciplina per il futuro». Risultati sul lungo termine, redditività, cultura aziendale, competenze che vanno oltre i possessi azionari possono essere discrimini non irrilevanti nelle scelte da compiere. E se anche la stabilità è un valore, gli azionisti storici della banca dovranno fare uno sforzo in più per garantirla. Già sul fronte bergamasco c’è chi ha alzato l’asticella per puntare a un rafforzamento del capitale raccolto dal Patto dei Mille. E, pur nella débâcle dell’esito finale, non è banale rilevare che con 211,42 milioni di voti, il listone Bergamo-Brescia-Cuneo è andato oltre i 153 milioni di azioni di partenza, con un contributo arrivato probabilmente anche dall’azionariato diffuso dell’ex cooperativa. È tanto? È poco? È un punto di partenza.

Intanto, da qui al futuro prossimo ci sarà altra carne al fuoco. Entro fine giugno, a cinque anni dal precedente, verrà presentato il nuovo piano industriale. Uno dei punti cardine sarà con tutta probabilità la banca unica e sarà importante capire come verrà declinata. Se infatti da un lato porterà efficienze e risparmi, dall’altro dovrà conservare l’anima, come insegna la storia della Popolare di Bergamo: raggiungere risultati importanti senza dimenticare le radici. Moltrasio ha parlato di «marchi storici» da mantenere e di territori e comunità da non perdere di vista, idee che danno corpo ai numeri e che solo in apparenza, visto che portano risultati, possono sembrare lontane dalla grande finanza dei fondi. Quanto alle ipotesi di fusione con altre banche, per ora restano sullo sfondo. Si dice che nel mondo globalizzato «piccolo» (anche se Ubi non è tale) non è più sinonimo di bello. Ma nemmeno «grande» (o sempre più grande) lo è per forza. Ben venga quindi la prudenza. Anche perché pure il recente fidanzamento Banco-Bpm, con il relativo confronto con la Bce, ha mostrato, in altri ambiti, quanto il mondo è cambiato.


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