Lo spettro dello stallo
Mattarella, la bussola

Tutte le forze politiche uscite dalle elezioni, sia che abbiano vinto sia che abbiano perso, stanno entrando in una terra incognita, e sperano – tutti – che Sergio Mattarella abbia, almeno lui, la bussola per dirigere il cammino. Nessuno si nasconde che l’esito elettorale potrebbe aprire una lunga fase di stallo politico: non sarebbe l’Italia il primo Paese europeo a vivere una tale situazione, ma l’Italia può permetterselo assai meno di altri. E per due ragioni. La prima è che siamo appesi al nostro debito pubblico e basta poco per scatenare una tempesta: i segni di nervosismo di ieri in Borsa e sugli spread erano solo delle avvisaglie, come lo stormir di fronde prima del temporale.

La seconda ragione è che i due vincitori delle elezioni, la Lega e il M5S, rappresentano le forze politiche che più vengono guardate con sospetto da partner e mercati per populismo, radicalismo e l’euroscetticismo. Abbiamo fatto diversamente da Francia, Spagna e Germania, e ci siamo avvicinati al precedente austriaco, ma noi non siamo l’Austria, siamo la terza economia dell’Unione.

Queste forze che hanno vinto le elezioni, peraltro, non hanno la maggioranza per fare un loro governo né sono facilmente componibili tra loro. Per il momento sembra scongiurata solo l’ipotesi più temuta, e cioè l’improvvisa convergenza tra Salvini e Di Maio per un gabinetto grillino-leghista. Se ne è detto indisponibile proprio Salvini, e si capisce: ora che la sua Lega ha staccato di diverse lunghezze Forza Italia, lui può lanciare l’opa per la leadership sull’intero centrodestra e non avrebbe alcun senso rompere la coalizione di cui sta diventando il capo naturale, il vero successore di Silvio Berlusconi. E perché poi dovrebbe trattare da condizioni di minoranza con Di Maio che non cederebbe neanche uno strapuntino del governo da lui stesso presieduto?

Le ambizioni del segretario leghista sono ben altre e dunque c’è da credergli quando chiude la porta a «governi minestrone». Il punto però è che neanche il suo centrodestra, al momento, pur essendo la coalizione più forte in Parlamento ha i voti per formare un governo.

Gli stessi voti mancano a Di Maio che pure triplica i seggi in Parlamento e arriva a percentuali da Democrazia cristiana dei tempi d’oro, sia sul piano nazionale sia soprattutto al Sud. Escluso un appoggio leghista, Matteo Renzi – il grande sconfitto – gli nega anche, ma era ovvio, un’ipotetica astensione del Partito democratico.

Dando le dimissioni differite (lascerà la segreteria solo dopo la formazione del governo) Renzi ha indicato la linea politica del Pd post tracollo, ed è una linea di opposizione sia al centrodestra che ai grillini. Nessun inciucio, nessun patto di responsabilità, nessuna «non sfiducia»: il Pd renziano si sente ingiustamente mandato all’opposizione dall’elettorato e da lì si muoverà nella speranza di una rivincita futura.

E dunque? Così descrivendo le cose, si capisce che la conclusione logica sarebbe quella dello stallo. La bussola che i partiti sperano abbia in tasca Mattarella potrebbe indicare solo ipotesi di minoranza, e lo sbocco di nuove elezioni a breve. Che tuttavia dovrebbero passare attraverso una riforma della legge elettorale che al suo esordio ha mantenuto puntualmente le previsioni della vigilia: ha prodotto instabilità e incertezza. Ma con quale maggioranza sostituire il «Rosatellum»?

Le danze al Quirinale cominceranno tra circa un mese ma prima cominceremo a capire che aria tira con l’elezione dei due presidenti del Senato e della Camera.

Di Maio ha parlato di quell’appuntamento come di una prova per il dialogo tra i partiti. Ma per il momento sembra più che altro una premessa di metodo oltre la quale nessuno sa bene come comportarsi.

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