Chi scappa dall’Isis è un nostro alleato

Chi scappa dall’Isis
è un nostro alleato

Adesso basta buonismo, armiamoci e partite. È il senso di dichiarazioni seguite all’eccidio di Parigi, ascoltate in tv o lette sui social network. Come se negli anni del dopo 11 settembre l’Occidente non fosse già sceso in guerra, dall’Afghanistan alla Libia e fino alle recenti operazioni militari francesi e americane in Siria, corroborate poi dai russi. È tornato in voga citare gli ultimi testi di Oriana Fallaci, quelli della chiamata all’elmetto contro l’islam.

Ma quale islam? Quello dei musulmani vittime di attentati in Iraq (fino a mille morti al mese nel 2014), in Libano (46 morti e 239 feriti a Beirut venerdì scorso), o ad Ankara (97 morti a metà ottobre)? O delle 250 mila vittime e dei 600 mila feriti del conflitto siriano sottovalutato che ha prodotto anche 9 milioni di sfollati, la metà della popolazione residente nel Paese prima che quattro anni fa scoppiasse la battaglia?

È un grave errore attribuire alle guerre dell’Occidente l’insorgere del terrorismo di matrice islamica, che ha radici storiche e sociali profonde. Ma i conflitti in Iraq e in Libia hanno colpito regimi laici nemici dell’islam politico e sono state accreditate da una lettura emotiva e disonesta della realtà. È stato come agitare un vespaio, come colpire le fondamenta di un edificio instabile nella pretesa di accelerare la storia. L’effetto domino del crollo ha portato nuove macerie in casa nostra. Negli anni scorsi ci siamo illusi che l’infezione potesse essere arginata nei territori del Medio Oriente e del Nord Africa. Un’illusione, appunto. Emblematica venerdì notte la prudenza - virtù solitamente rara nella categoria - con la quale i giornalisti delle tv italiane commentavano le prime notizie da Parigi: sparatorie ed esplosioni senza mai ricondurle al terrorismo, quasi ad esorcizzare la parola. Ma già oltre un anno fa Papa Francesco definì lucidamente Terza guerra mondiale combattuta a pezzi quella in corso, comprendendo anche il fronte ucraino. Una guerra con la quale dovremo convivere chissà per quanto. Converrà allora mettere punti fermi, a partire dal fatto che il nostro nemico non è l’islam ma lo Stato islamico e quel che resta di Al Qaeda. E il fanatismo silente di chi li sostiene, un’ideologia che dà identità a persone frustrate e alla ricerca di una rivalsa sociale. L’incitazione all’odio e alla violenza si combattono non solo con le indagini e gli arresti, ma prosciugando il terreno nel quale prolificano (il 90% degli jihadisti è stato reclutato e formato via internet). Ha poco senso il dibattito teorico e manicheo sull’islam religione di pace o di guerra. Va invece costruita un’alleanza trasversale (alcuni tentativi sono già in corso) con chi nel mondo musulmano è vittima della barbarie dell’Isis e vuole contrastarla senza cedimenti, in nome dell’umano che accomuna i popoli, di quel desiderio di una vita buona.

Il pericolo che corriamo è altrimenti di chiuderci nella paranoia dell’assedio, che non ci permette di vedere la realtà per quello che è, con le sue brutture, certo, ma anche con le sue possibilità, facendoci perdere la capacità di distinguere.

Il grande scrittore israeliano David Grossman venerdì scorso sulle pagine de «la Repubblica» ha raccontato un’esperienza che gli è capitata in un bar di Gerusalemme. La tv trasmetteva immagini di famiglie siriane in fuga dalla guerra. Alle spalle dello scrittore, due donne discutevano: «Da quando li fanno vedere in televisione - diceva una - con le mogli, i figli, non so...Non sembrano nemmeno siriani». Grossman, che ha perso un figlio soldato ventenne nel 2006, nell’ultimo giorno del conflitto in Libano, in conclusione si pone una domanda che vale per tutti i popoli che vivono un senso d’assedio: «Cos’altro stiamo perdendo e cos’altro non vediamo con la testa bloccata in profondità nella gogna?».


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