Le mazzette 2.0 e i partiti «leggeri»

Le mazzette 2.0
e i partiti «leggeri»

Le notizie che giungono dal Pirellone non possono non inquietare ed anche allarmare l’opinione pubblica. Tre arresti, di cui uno eccellente (Mario Mantovani, braccio destro del governatore Maroni e uomo di punta degli azzurri lombardi) e dodici avvisi di garanzia tra cui l’assessore all’Economia, il leghista Massimo Garavaglia, quale che sia l’esito finale dell’inchiesta, gettano una pesante ombra sull’operato dei vertici della Regione Lombardia.

La voragine di corruzione scoperchiata nei primi anni Novanta dall’inchiesta di Mani Pulite ha sedimentato nel Paese un sentimento di diffidenza nei confronti dell’intero ceto politico, il resto l’ha fatto il vento dell’antipolitica. Il risultato è che di fronte ad ogni inchiesta mossa dalla magistratura scatta negli stessi media e nell’opinione pubblica una sorta di riflesso condizionato che fa emettere precipitosamente una sentenza politica di condanna. Se gli inquirenti decidono arresti o emettono avvisi di garanzia a carico di amministratori pubblici, la tentazione diffusa è di concludere che, quanto meno, abbiano sentito puzza di bruciato.

Un rinfocolamento dell’antipolitica è da mettere in conto come è da mettere in conto una levata di scudi da parte dei vertici di Forza Italia in difesa di un proprio esponente di primo livello. L’argomentazione lanciata già poche ore dopo l’annuncio dell’arresto di Mantovani è che si tratta di «una persona corretta» (Silvio Berlusconi) e non è mancato chi (il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti) a caldo ha intravisto nell’azione dei magistrati un’operazione politica tendente a coprire con il polverone di Milano lo scandalo di Roma.

Fatta salva la doverosa salvaguardia del principio della presunta innocenza, fino a prova contraria, degli inquisiti l’iniziativa giudiziaria di Milano si presta ad alcune considerazioni di carattere più generale. Da quando ha mosso i primi passi la Seconda Repubblica, l’attenzionamento della magistratura che si era concentrata fino ai primi anni ’90 sui vertici romani della politica si è venuta rivolgendo prevalentemente alla periferia in parallelo con la crescita delle responsabilità amministrative acquisite nella gestione dei lavori pubblici e della sanità, segnatamente per quel che riguarda il delicatissimo settore degli appalti.

Un secondo elemento di distinzione nella fenomenologia corruttiva della politica tra la Prima e la Seconda Repubblica è che concussione e malversazione erano precedentemente finalizzate in prima istanza al finanziamento illecito dei partiti, mentre ora prosperano nei circuiti e tra i protagonisti che hanno dirette responsabilità nei flussi di spesa e negli appalti.

Sono cambiate anche le modalità del malcostume: non più volgari mazzette, ma più sofisticate pratiche di favori e di benefit, pratiche più facilmente occultabili agli occhi dell’opinione pubblica e della stessa magistratura. Spicca infine il cambiamento di ruolo che nel tempo hanno assunto i partiti nel contribuire, per eccesso o per difetto di protagonismo, a generare o, se non altro, a permettere il ripetersi di comportamenti disonesti.

«I partiti ideologici» di un tempo erano dei forni che richiedevano di essere alimentati da sempre più ingenti masse di denaro e solo indirettamente creavano l’ambiente favorevole al prosperare della corruzione di singoli. I partiti odierni, tanto «leggeri» da essere inconsistenti, brillano invece per il difetto contrario, ossia che non hanno nemmeno la forza di vigilare sulle posizioni istituzionali che attribuiscono ai loro esponenti.


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