Migranti, ognuno faccia la sua parte

Migranti, ognuno
faccia la sua parte

E’ il tempo nel quale ognuno deve fare la propria parte. L’invito è di un sindaco non barricadero rispetto all’accoglienza. Sonia Simoncelli, alla guida di Valbondione, ha espresso moderatamente ma con parole chiare il principio che dovrebbe governare le politiche migratorie ad ogni livello. E invece assistiamo ad uno svicolarsi dalle responsabilità in attesa che qualcun altro agisca. Nel territorio di Valbondione sono ospitati 96 migranti sbarcati sulle coste italiane, nelle frazioni di Lizzola (60 su 212 abitanti) e di Gavazzo (36 su 31 residenti).

Sono numeri sproporzionati rispetto agli obiettivi del governo d’intesa con l’Anci, l’associazione dei Comuni italiani, che prevedono un rapporto di tre richiedenti asilo (tali solo finché non ricevono il diniego alla domanda che avviene nella maggior parte dei casi) ogni mille abitanti. Ma sono sproporzionati anche riguardo alla possibilità di avviare quei progetti di inclusione che stanno dando buoni risultati là dove la proporzione invece è rispettata. Non a Valbondione, ma nemmeno a Valleve (75 richiedenti asilo e 133 residenti).

Nella Bergamasca sono 2.600 i migranti ospitati, diventeranno 3.250 con il nuovo bando prefettizio: rappresentano il 3 per mille su una popolazione residente di un milione e 108 mila persone. Numeri gestibili soprattutto dove ha preso piede il modello della cosiddetta «accoglienza diffusa» nei territori, al riparo appunto dalle sproporzioni dei paesi citati. I Comuni bergamaschi che accolgono sono una sessantina, un quarto del totale. Per fare bene l’ospitalità (come accade nella nostra terra, checché ne dica la propaganda politica) servono luoghi idonei e realtà sociali disponibili a farsi carico dei progetti locali. Un dato da rilevare riguarda l’incremento dei Comuni orobici (in linea con quanto sta avvenendo a livello nazionale) che aderiscono allo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che prevede tra l’altro proprio una salvaguardia della proporzione fra il numero di migranti accolti e la popolazione residente.

Chi si oppone all’accoglienza «senza se e senza ma» avrà già bollato queste evidenze come buoniste. Ma i fautori della linea hard dovrebbero rispondere a qualche domanda, tanto più nel clima della perenne campagna elettorale italiana. È agile dire «invertiamo la rotta» ma non siamo alla plancia di un videogioco. I respingimenti in mare non sono consentiti dal diritto internazionale, al quale siamo vincolati come democrazia liberale. Il 90% degli sbarchi sulle coste italiane ha nella Libia i porti di avvio e sono fragili gli accordi per arginare le partenze siglati dal nostro governo con quello Stato fallito. L’alternativa è una missione militare per prendere il controllo delle coste libiche? Quale prezzo umano ed economico siamo disposti a pagare in questa direzione? Consapevole della fragilità delle intese con Tripoli, l’Italia ha coinvolto Niger e Ciad (terre di transito di chi è diretto in Europa) nella gestione delle frontiere. Ma se il business dell’accoglienza è spesso additato (a sproposito) fra le cause delle migrazioni, varrebbe la pena invece ricordarsi questo numero: 35 miliardi di dollari è l’incasso annuo dei trafficanti di esseri umani (in larga parte la rendita riguarda il Mediterraneo), terzo solo al business di armi e droga (la fonte è l’Organizzazione internazionale per le migrazioni). Un giro di denaro in grado di corrompere anche chi dovrebbe vigilare sulle intese sottoscritte dai governi.

Queste osservazioni non vogliono consegnare il tema alla rassegnazione ma ribadire semmai che non c’è una ricetta magica. Andrebbero almeno aperti canali umanitari per chi fugge da guerre e persecuzioni, sottraendo queste persone alla beffa tragica dei trafficanti di umanità ferita. Bisognerebbe porsi poi qualche domanda approfondita sulle cause dell’incremento dei cosiddetti migranti economici. Ma questo è un compito che spetta alla politica. Ognuno faccia la sua parte.


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