Ora il premier punta sugli indecisi

Ora il premier
punta sugli indecisi

L’intervento di Matteo Renzi, ieri a Bergamo in un Centro congressi strapieno, è servito a scaldare il cuore del popolo del Pd, ma il premier s’è rivolto soprattutto al ventre molle degli indecisi: un vero e proprio appello a quella «maggioranza silenziosa», l’area moderata, mobile e di frontiera che il 4 dicembre deciderà fra il Sì e il No sul referendum costituzionale.

Esplicito, e più volte ripetuto, il richiamo all’elettorato 5 Stelle e della Lega, magari a quello meno ideologico, che dovrebbe ritrovarsi nell’impianto anti casta della riforma: riduzione del numero dei parlamentari e dei costi delle istituzioni, semplificazione del processo legislativo, stabilità del governo. Renzi è il primo a sapere che la strada del Sì è tutta in salita e che per vincere ha bisogno di allargare il perimetro del Pd, parlando direttamente agli incerti: il partito l’ha quasi tutto dalla sua, ma deve portare a casa i voti in prestito, a partire da quello in libera uscita da Forza Italia. Da qui anche l’invito alla mobilitazione porta a porta. Pazienza se i sondaggi danno in leggero vantaggio il No, anzi questo aspetto – dopo l’incidente di percorso con l’elezione di Trump – è stato ribaltato nei termini favorevoli del buon auspicio.

Dietro comunque alcune parole chiave (sorriso, entusiasmo, determinazione, grinta) s’è colta la preoccupazione del leader dem per le sorti di un appuntamento che, nelle sue parole, disegna l’Italia del prossimo futuro. Rispetto al discorso tenuto a fine maggio al Sociale, e che apriva questa infinita maratona elettorale, il premier, con la sua comunicazione diretta e priva di solennità, ha cambiato taglio evitando la personalizzazione, cioé di caricare su di sé il peso delle prospettive del dopo voto.

Non ha fatto cenno al proprio futuro, disegnando piuttosto un’idea di Paese e di italianità fuori dalla «palude» e dal «galleggiamento». Nel descrivere il Sì come occasione perché i cittadini possano riappropriarsi della politica, Renzi è rimasto sul terreno che gli è più congeniale, lo stesso che lo ha portato alla guida del Pd e a palazzo Chigi, accettando così la sfida di Grillo e Salvini: il campo da gioco, cioè, dell’anti casta e dell’anti élite. Senza insistere più di tanto sullo tsunami Trump, ma allargando lo sguardo ai populisti europei come l’ungherese Orbàn che costruisce muri anti immigrati con i soldi dei cittadini italiani, dato che siamo fra i contribuenti netti dell’Europa (versiamo 20 miliardi annui per riceverne 12).

In sostanza l’approccio è stato quello di disarmare la carica antipolitica di Grillo e Salvini, spiegando che la nuova politica è già nel codice genetico della riforma, la ragione sociale di questa legislatura come indicato dall’allora presidente Napolitano.

Quando afferma che «in questi 20 giorni ci giochiamo gli ultimi 20 anni» vuol dire proprio questo: dopo alcuni decenni inconcludenti, si è arrivati al dunque perché il superamento del bicameralismo perfetto e i nuovi rapporti fra Stato e Regioni sono in linea con una antica e generalizzata richiesta di cambiamento, propria anche di quei settori esterni al Pd ma che possono riconoscersi in un processo di modernizzazione. Traduzione: questa riforma nasce dal diffuso e unanime giudizio di insostenibilità della vecchia politica, che fin qui tutti contestavano a parole, ma poi c’è chi s’è perso strada facendo, pur avendo votato e condiviso il tratto iniziale di una normativa definita dopo due anni di dibattito parlamentare e 173 sedute.

Ci sono un prima e un dopo, due progetti alternativi di società, la divisione è radicale e infatti il capo del governo s’è chiesto: chi è il sistema? Lasciando intendere che è l’anti casta delle opposizioni a farsi casta in nome di una «politica vecchia». Pur con un fare sciolto e apparentemente leggero, Renzi ha distribuito un paio di stoccate ai principali avversari del No, riservandosi una staffilata a D’Alema, la cui opposizione nascerebbe dalla mancata «poltrona europea». Per il capo del governo, l’ambizione della riforma chiude il cerchio: dopo aver sbloccato il Paese e rimesso in piedi la macchina, ora bisogna farla correre per agganciare il futuro e possibilmente cambiare pure questa Europa. Un’ultima nota: nei cambiamenti costituzionali c’è anche la definitiva scomparsa delle Province, questione però non toccata da Renzi sapendo che la legge Delrio non entusiasma componenti significative di amministratori del Pd.


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