Politica, spettacolo per le classi medie

Politica, spettacolo
per le classi medie

Scrivo questo articolo il 2 giugno, Festa della Repubblica, sessantanovesimo anniversario del primo grande appuntamento democratico dopo la tragedia fascista. In quel giorno memorabile della nostra storia nazionale votò quasi il novanta per cento della popolazione avente diritto. Che sconfortante diversità con lo scenario attuale! L’Istituto Cattaneo ci dice che l’astensione dal voto è divenuta per la prima volta l’opzione maggioritaria in molte regioni del Paese. Nel suo complesso, l’affluenza non ha raggiunto in nessuna delle sette regioni nelle quali si è votato il sessanta per cento, una soglia superata invece ovunque nel precedente appuntamento elettorale regionale, cinque anni fa.

Come già avvenne l’anno scorso in Emilia-Romagna e in Calabria, anche in Toscana e nelle Marche, gli astenuti hanno superato i votanti. Il calo è stato quasi dappertutto fortissimo anche solo rispetto alle Europee dell’anno scorso, per non parlare del confronto con le politiche del 2013. Tra i politologi c’è chi ha sostenuto che il calo della partecipazione elettorale, se combinato con l’assenza di moti di rivolta popolare e con una scarsa violenza politica, può essere l’indicatore di una sana indifferenza, ovvero di un elettorato soddisfatto, che non va a votare perché è disposto serenamente ad accettare qualunque esito esca dalle urne. Non credo proprio che questa teoria faccia oggi al caso nostro. Non credo proprio che in un Paese che ha perso il 20 per cento della sua ricchezza in pochi anni vedendo aumentare a dismisura il numero di poveri la crescita vertiginosa dell’astensione elettorale sia il segno di una democrazia in salute.

Al contrario, sono convinto che una crescita così rapida dell’astensionismo sia il sintomo di una preoccupante afasia democratica, la conseguenza del diffondersi, soprattutto tra i ceti popolari aumentati di dimensione per effetto della crisi economica e del crescente impoverimento, della credenza che la politica non li riguardi più, che da lì non possa venire per loro niente di buono e di utile (un sondaggio di Ipsos dell’anno scorso conferma questa impressione: operai e casalinghe sono coloro che votano di meno; imprenditori, professionisti e dirigenti quelli che votano di più).

È difficile contrastare questa convinzione, negare la plausibilità di questo sentimento diffuso. È complicato farlo perché in questi anni la politica (e non solo quella italiana) si è separata del tutto dalla capacità di progettare il futuro, di indicare delle mete, di dar corpo a degli ideali, di favorire l’aggregazione sociale e lo stare insieme per dedicarsi al bene comune. Essa è parsa, nel migliore dei casi, buona amministrazione, gestione ordinata di un processo di trasformazione sociale ed economica globale che vorrebbe trasformarci tutti in individui soli ed isolati, in bravi ed obbedienti consumatori-spettatori, in lavoratori sempre più precari, flessibili, insicuri, disciplinatamente a disposizione di un’élite che, anche in tempi di crisi, ha aumentato notevolmente le sue fortune (è di ieri il dato pubblicato dal nostro giornale dell’incredibile aumento, in questi due anni di crisi terribile per tutti gli altri, dei patrimoni finanziari dei ricchi bergamaschi). È questa la filosofia dell’Europa liberista, non solidale e non democratica che ci governa. Ed è proprio l’egemonia profonda di questa cultura unita alla chiara percezione dell’impossibilità di cambiarla a generare in molti rassegnazione e sconforto, a produrre quella rinuncia a partecipare che si manifesta nell’astensionismo.

In altre parole, la politica democratica in Europa appare oggi sempre di più, come ha sostenuto, invitato al recente Festival della Cultura, il grande sociologo Streeck, uno «spettacolo per le classi medie», un intrattenimento divertente solo per chi ha risorse culturali e tempo da dedicarvi. Gli altri, tra l’altro sempre meno in grado di far studiare i figli e quindi anche di garantirsi un futuro diverso, devono pensare innanzitutto a sopravvivere e non hanno desiderio di dedicarsi ad un’attività che non pare essere più riservata a loro, che vede i loro interessi, i loro bisogni regolarmente messi ai margini, ignorati, negletti.

È una tragico rovesciamento degli ideali democratici perché questi sono sorti proprio per dare speranze alla parte più debole della popolazione, per includerla nel processo politico. È quello che avevano compreso benissimo i dirigenti dei grandi partiti popolari, democristiani, socialisti e comunisti, in quei giorni difficili ed eroici del 1946. Sarebbe bene continuare a tenerlo a mente.


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