Politici corrotti
I partiti che fanno?

Quasi quotidianamente, ormai, ci giungono attraverso i mezzi di informazione notizie di fenomeni di corruzione, che rivelano intrecci sempre più preoccupanti tra esponenti politici, organizzazioni criminali ed imprenditori senza scrupoli. Di fronte al ripetersi di questi avvenimenti, si stanno diffondendo nella opinione pubblica preoccupanti sentimenti di indifferenza e di assuefazione. Si sentono sempre più commenti del tipo «è sempre stato così», oppure «non cambierà mai nulla», che rischiano di creare un clima favorevole per chi mira a perpetuare il sistema corruttivo, attraverso tecniche sempre più affinate per aggirare gli interventi della magistratura.

In realtà, vi sono sempre più ragioni che dovrebbero condurre a non più tollerare che appartenenti alla classe politica possano predisporsi a governare il Paese non tanto attraverso il consenso dei cittadini quanto, piuttosto, attraverso l’intreccio di inqualificabili e pericolose relazioni con organizzazioni criminali ed imprenditori corrotti.

È necessario che, per gli equilibri sociali ed economici del nostro Paese, sia condotta una sistematica guerra contro questo «perverso sistema», partendo dal basso, attraverso il coinvolgimento informato della maggior parte dei cittadini. Forse a non tutti gli italiani è sufficientemente chiaro che ad ogni tangente pretesa dai vari faccendieri politici sulla concessione di appalti per opere pubbliche corrisponde un aumento esorbitante dei costi. Tutto ciò si traduce in un aumento della spesa pubblica, normalmente finanziato attraverso un inasprimento fiscale. Secondo l’ultima relazione della Corte dei Conti, ogni anno 60 miliardi di euro sono sottratti dal bilancio dello Stato e, quindi, dalle tasche degli italiani per i costi della corruzione.

Il recupero della sola metà di questo importo nei prossimi tre anni potrebbe portare ad una consistente riduzione del carico fiscale per famiglie ed imprese, il che renderebbe possibile incentivare consumi ed investimenti. Solo in tal modo l’attuale flebile ripresa del nostro Pil potrebbe raggiungere gli alti livelli dei maggiori Paesi europei, creando le condizioni per una sensibile riduzione del debito pubblico e per un aumento significativo dell’occupazione. Ad un incisivo impegno di lotta contro la corruzione non possono, però, sottrarsi gli stessi partiti che devono ritenersi, per varie ragioni, corresponsabili di molte vicende corruttive in quanto utilizzatori finali di tangenti.

Dai tempi di Tangentopoli ai giorni nostri è stata solo e sempre la magistratura a scoprire casi di corruzione di esponenti politici al punto da svolgere, ormai, una vera e propria opera di supplenza rispetto al mondo della politica. Ciò ha finito col rappresentare un vero e proprio problema di equilibrio nei rapporti tra politica e magistratura, soprattutto in conseguenza di alcuni casi in cui sono prevalse volontà di protagonismo piuttosto che obiettive esigenze di giustizia. La diffusa presenza di magistrati in Parlamento e nelle amministrazioni locali è la chiara conseguenza di questa situazione.

Il governo Renzi, pressato da molte vicende corruttive di enorme portata (Mose, Expo ed altre) si è attivato per contrastare la corruzione con misure appropriate, condivisibili ma non ancora sufficienti. Ha nominato un magistrato anticorruzione nella persona di Raffaele Cantone, già distintosi nella lotta alla camorra, con il compito di controllare la legittimità e la correttezza di ogni appalto pubblico. Ha varato una nuova legge anticorruzione che inasprisce le pene ed allunga i tempi della prescrizione. Nessun provvedimento, però, è stato assunto nei confronti dei partiti o delle forze politiche i cui esponenti, impegnati con responsabilità nelle amministrazioni locali, nel Parlamento o nel governo si siano macchiati di reati di corruzione.

Eppure, ad esempio, una responsabilità oggettiva –in realtà non adeguatamente circoscritta – è prevista nello sport a carico delle società che rispondono, in qualche misura, dei comportamenti dei loro tesserati e dei loro tifosi. Allo stesso modo, ulteriori auspicabili interventi legislativi dovrebbero essere orientati a prevedere forti penalizzazioni pecuniarie per responsabilità oggettiva a carico dei partiti, per non aver posto adeguata attenzione nelle selezione di propri esponenti, prima che fossero affidate loro le responsabilità pubbliche che hanno dato origine ai reati corruttivi.

Mi rendo conto di aver toccato un problema assai delicato e complesso che, per varie ragioni, non può che trovare scarse sensibilità nella classe politica in un momento, peraltro, di grave crisi dei partiti. Ma credo che proprio l’attuazione di misure di questo genere potrebbe portare ad una ripresa di fiducia nei partiti il cui ruolo rimane indispensabile per il corretto svolgimento di una democrazia rappresentativa. Ciò favorirebbe senza dubbio anche un progressivo riavvicinamento alla politica e alla vita dei partiti da parte dei giovani da sempre particolarmente attenti alla valorizzazione dei principi etici. In caso contrario, tra qualche anno saremo ancora qui a parlare di «questione morale» come di un’emergenza dal cui superamento dipendono i destini economici, politici e sociali del nostro Paese.

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