Popolare, che acuto Adesso ascoltatelo

Popolare, che acuto
Adesso ascoltatelo

Alla fine la notizia è sempre la stessa: la Banca Popolare di Bergamo è la corazzata di Ubi. Tuttavia, vale sempre la pena ripetere l’esercizio di guardare dentro ai bilanci. Così, giusto per ricordare che ogni anno la Bergamo taglia il traguardo con un bel pacchetto di utili da portare in dote al gruppo e sugli ultimi cento metri della pista alle sue spalle c’è, se non proprio il vuoto, quantomeno una distanza abissale.

Solo nel 2015 il risultato positivo della prima banca rete di Ubi è stato pari a 127,26 milioni. Se si fa una piccola somma dal 2007 in poi si arriva alla cifra considerevole di 1,7 miliardi e rotti. E, per amore della storia, si possono ricordare anche i bilanci 2006, gli ultimi pre fusione (e in anni pre crisi), chiusi con 640,78 milioni di utili per Bpu, che era nata dall’aggregazione tra Popolare e Comindustria, e 308,19 milioni per Banca Lombarda e Piemontese. Sia chiaro: sottolineare questi dati incontestabili non è banale campanilismo. Prova ne è il fatto che Bergamo, che pure ha questi risultati, non ha paura della banca unica. Ci sono però dietro ai numeri una storia, uno stile e una cultura aziendale che meritano di essere tenuti vivi e presenti, senza nessuna retorica: conti solidi e positivi, che poi a cascata diventano dividendi per gli azionisti, sono cose molto concrete.

Possono pesare considerazioni di questo tipo nella formazione delle candidature per il rinnovo dei vertici anche in una società per azioni, dove a contare è il capitale? Forse sì, forse no. Certo, con il Patto dei Mille attorno al 3% e quello della Leonessa vicino al 12%, quella che vediamo oggi per l’elezione del prossimo Consiglio di sorveglianza è una lista che di primo acchito sembra aver mandato in cavalleria il principio della pari dignità fra le banche che hanno dato vita a Ubi, sancito ai tempi della fusione da una stretta di mano e rieditato nell’ultimo Statuto della banca approvato a settembre dalla Vigilanza. Le cifre nude e crude, infatti, dicono che Bergamo avrà tre consiglieri, o quattro se va bene, e il Patto di Brescia otto, il doppio. In questo caso, però, non sarà solo questione di numeri, ma anche di ruoli, a partire dalla conferma del presidente Andrea Moltrasio, e di competenze e professionalità da spendere per la banca, al di là dei possessi azionari. Magra consolazione? Non è detto. Come non è detto che Bergamo avrà «solo» tre consiglieri di sorveglianza (oltre a Moltrasio, il notaio Armando Santus, oggi vice presidente, e Renato Guerini). L’orientamento dei fondi d’investimento sarà tutto da scoprire. Insieme hanno il 40% della banca. In genere non hanno interesse a gestire ma a controllare. Alcuni (pari all’1,218% di Ubi) hanno presentato una lista di minoranza con tre candidati, il massimo che potrebbero ottenere superando il 30% dei voti. Ma tutti gli istituzionali in assemblea il 2 aprile voteranno questa lista o appoggeranno anche la squadra guidata da Moltrasio? E quanto capitale arriverà dai territori? Bergamo, da sempre in prima linea nelle adunate oceaniche di Ubi cooperativa, sentirà l’orgoglio di esserci anche nella Spa? La risposta a questi interrogativi potrà influire sull’elezione o meno della quarta rappresentante bergamasca, Luciana Gattinoni, stimata commercialista in città, reduce da tre anni in Consiglio di gestione.

Allungando lo sguardo oltre l’assemblea, quel che è certo è che, al di qua dell’Oglio, c’è una storia di comunità tutta da (ri)scrivere. Il Patto dei Mille è stato uno scatto d’orgoglio mai visto prima. Capitanato da tutti i big dell’imprenditoria di casa nostra, in poco tempo ha radunato in sindacato il 2,861% di Ubi, rappresentando però in tutto il 3,283%. Dopo il via iniziale, le adesioni sono arrivate a sciame, anche sotto la fatidica soglia delle 100 mila azioni, e potrebbero esserci ancora margini per crescere, a tutti i livelli. Ma l’importante è che sia stato messo un punto di partenza fermo e chiaro: Bergamo c’è, con la sua storia e la sua identità. Per dire la sua.


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