Presidenza Biden Per gli Usa l’ora dei fatti

Presidenza Biden
Per gli Usa l’ora dei fatti

Una gara di simboli. Nel giro di poche settimane gli Usa ci hanno dato una plastica e drammatica dimostrazione di quanto la politica, anche quella del terzo millennio, possa aver bisogno di simboli. Lo era stato in un senso l’assalto tra il pittoresco e il furibondo al Campidoglio, come nel senso opposto questo Inauguration Day all’insegna di un’ostentata volontà di unione e pacificazione. Dai massimi ai minimi: simbolica l’esibizione in spagnolo di Jennifer Lopez per Biden, simbolica l’uscita di scena di Trump sulle note di Frank Sinatra («I did it my way», l’ho fatto a modo mio). Adesso, però, scocca l’ora dei fatti. Le ultime turbolenze trumpiane regaleranno a Biden un po’ di tempo, grazie all’euforia dei democratici e al prevedibile sconcerto di un Partito repubblicano che ora si vede anche minacciato dalla possibile nascita di un partito di e per Trump.

Ma presto bisognerà agire e lì verrà il difficile. Non facciamoci ingannare dalla raffica di decreti presidenziali (addirittura 17) che il nuovo presidente ha firmato appena dopo aver messo ufficialmente piede alla Casa Bianca. Intanto perché si tratta di decreti che dovranno essere trasformati in legge. E se non c’era riuscito Trump, non è detto che ci riesca Biden con le sue risicate maggioranze parlamentari.

E poi perché anche in questo caso sono soprattutto simboli: molti provvedimenti a favore degli immigrati (stop al muro alla frontiera con il Messico e via al blocco degli arrivi da una serie di Paesi a maggioranza islamica, per esempio), pace fatta con l’Oms, rientro negli accordi di Parigi sul clima, protezione rispetto alle trivellazioni di parchi e riserve. Più interessanti, invece, il blocco degli sfratti e il prolungamento della moratoria sulla restituzione dei prestiti studenteschi, che vanno a incidere su alcune delle angosce del folto e turbolento popolo trumpiano. E anche l’obbligo di portare la mascherina, a marcare una differenza di fondo rispetto alla gestione disastrosa della pandemia che, tra dramma sanitario (siamo ormai a 400 mila morti) e sprofondo economico, è stata il fattore chiave della sconfitta di Trump.

Perché è il fronte interno quello su cui Biden dovrà muoversi con più coraggio e intelligenza, se vorrà recuperare (non tanto alla causa democratica, fin troppo tirata in ballo in questi giorni, ma alla fiducia nelle istituzioni e nel trapasso dei poteri) i 74 milioni di americani che il 3 novembre scorso hanno votato per il suo avversario e che in parte non piccola sono ancora convinti che la vittoria di Biden sia stata un furto.

Da questo punto di vista la cerimonia dell’insediamento ha trasmesso, e non per caso, anche un altro messaggio importante. Intorno a Joe Biden e Kamala Harris si sono stretti gli Obama, i Clinton e una parte cospicua di quella nomenklatura di Washington che il nuovo presidente, con la sua pluridecennale esperienza di senatore e poi vice-presidente, conosce benissimo. Una foto di gruppo, contro i tanti primi piani dei quattro anni di Trump. In altre parole, nel bene o nel male, Biden può appoggiarsi a un partito, a una classe di governo, a un ceto politico coeso e sperimentato che non mancheranno di consigliarlo e guidarlo. Come del resto durante la campagna elettorale ha fatto proprio Obama, diventato di fatto il segretario del Partito Democratico. Proprio quello che è sempre mancato a Trump, inviso a molti dei repubblicani vecchio stile e mai perfettamente assistito da collaboratori magari fedeli ma spesso velleitari o inesperti.

In un certo senso, quindi, quella cominciata ieri sarà una presidenza plurale, se non collettiva, caratterizzata da un tasso notevole di esperienza di governo (basta vedere le prime nomine, andate a personaggi già ben noti nei palazzi che contano) e di capacità manovriera. Difficile quindi che Biden e i suoi facciano l’errore di innamorarsi troppo dei simboli. O di credere che tutti i guai dell’America siano cominciati e finiti con Donald Trump. Si è sentito molto dire, in questi giorni, che il grande Paese deve voltare pagina, ricominciare, rinascere. Ma non potrà farlo se chi ora lo governa dimenticherà di nuovo chi si sentiva già dimenticato prima: nelle aree rurali, nelle periferie, nelle fabbriche dismesse per soddisfare gli appetiti della finanza.


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