Quando lo sguardo vale più del rating

Quando lo sguardo
vale più del rating

«Le azioni non si contano, si pesano». Il motto preferito di Enrico Cuccia diventa paradigma di modernità nella partita che il governo Renzi ha aperto con le banche popolari, non si sa se per uniformarsi alle richieste della Bce o per abbattere quella che nel sistema creditizio veniva chiamata «la foresta pietrificata» refrattaria ad ogni cambiamento. Oppure per tutti e due i motivi.
Gli effetti del blitz - scegliere la via del decreto ha il chiaro significato di non volerne discutere in Parlamento - sono evidenti.

Si chiude un’epoca, niente sarà più come prima e le pittoresche assemblee con i piccoli azionisti che calavano dalle valli in corriera per dire la loro nell’unica occasione possibile diventeranno ricordi, aneddoti, fotografie dell’anima. Forse è giusto così, nella finanza globale è fondamentale che la governance possa governare e non sia messa sotto scacco ad ogni passaggio da distinguo solo cavillosi e perditempo.

Ma nella fretta di Renzi c’è qualcosa che non convince, anche perché mandando al macero lo statuto delle popolari il premier ha voltato le spalle a due valori che egli stesso aveva sin qui considerato primari nel delineare l’Italia della riscossa: il territorio e la gente comune.

Quante volte ha parlato di territorio per raccontare un Paese sano e vitale e solidale, pronto a ripartire con il carburante di leggi costruite sulle esigenze della gente e non dei partiti? Quante volte ha percorso i luoghi simbolo del Paese, fermandosi a lanciare sfide decisive, come quando venne a Nembro da Pierino Persico a presentare i punti chiave della legge di Stabilità davanti agli imprenditori bergamaschi? Bisognerebbe ricordargli che questi territori e questi imprenditori sono cresciuti all’ombra di banche popolari.

Quante volte ha sottolineato la formidabile spinta del terzo settore, delineando una riforma che avrebbe fatto decollare il volontariato come soggetto strutturale di crescita? Quante volte ha ribadito di credere alle spinte dal basso, alle idee, alle start up, a quello spirito italiano che nasce da un impasto di genialità e coraggio, capace di riportarci in linea di volo? Bisognerebbe fargli sapere che la Bergamasca è da sempre tutto questo, il presepe risponde alla sua descrizione. E a far da motori alla formidabile locomotiva sono sempre state la Banca Popolare e il Credito Bergamasco. Altrove il meccanismo non ha funzionato, altrove sono prevalse logiche di potere fine a se stesso. Qui no. Qui non c’era bisogno del «rating» per aprire un finanziamento a un imprenditore sano, bastava informarsi sul suo progetto, sulla sua famiglia, sulla sua forza morale. In fondo bastava guardarlo negli occhi. Qui non è mai stata una questione di «performance», ma di capacità e di visione degli uomini guida.

Non è più quel tempo, l’abbiamo capito. Ma non è neppure il tempo di veder vincere tout court una logica secondo la quale una banca con le radici a Bergamo e a Brescia possa avere la testa a Londra o a Hong Kong. Non è fantascienza; da sempre la rete di sportelli del ricco Nord Italia (soprattutto Lombardia e Veneto) fa gola ai grandi gruppi del credito internazionale.

Il decreto ha voluto essere una fucilata per svegliare l’accampamento addormentato all’alba. Ma i 18 mesi per cambiare pelle lasciano aperta la porta alla speranza di vedere salvaguardate quelle peculiarità e quell’autentico spirito collettivo che fanno di una Popolare - o meglio della nostra Popolare - una banca di ottimo livello con un occhio vigile sul territorio. Anche perché la trasformazione in spa non è garanzia automatica di successo, né di buona amministrazione. Proprio Monte dei Paschi (che i rumours danno come prima partner di Ubi) ne è la dimostrazione.

Abbiamo visto città di tradizione e vigore industriale come Como, Varese, Lecco, perdere una dopo l’altra le loro banche. E le abbiamo viste declinare, entrare in una zona di penombra, come se in una stanza si fosse abbassato il livello della luce. Ecco perché in questi diciotto mesi sarà fondamentale riuscire a costruire un modello che possa rispettare le nuove regole senza dimenticarsi della storia e del sacro di un territorio. «Nel mercato vale sempre l’articolo quinto - era l’altro anatema di Cuccia -, chi ha i soldi ha vinto». Ma questi anni durissimi hanno insegnato a tutti, siano aquile, struzzi o pavoni, che i soldi senza un’anima non servono a nulla.


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Giorgio Gandola Direttore de L'Eco di Bergamo

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