Quella ferita al salotto violato

Quella ferita
al salotto violato

Una ferita aperta che non si rimargina e sanguina sempre più. Ogni volta c’è la corsa a tamponare, a cercare la causa scatenante, a organizzare la cura. Un po’ di sollievo e poi la ricaduta, spesso più violenta di prima. Siamo ormai a un livello di cronicità che non offre grandi speranze di guarigione. E addirittura la malattia, dopo aver infierito in tutte le parti del corpo, ora ha intaccato anche il cuore, il centro pulsante. Il quadro clinico preoccupante è quello della Bergamasca, un territorio martoriato dalle scorribande della criminalità che ogni giorno mette a segno spaccate e furti.

Non c’è angolo della provincia che non sia stato visitato dai ladri. E ora è stato violato il cuore: il centro piacentiniano, il luogo che più di altri dovrebbe essere protetto e vitale, il simbolo della città. Quanti articoli sono stati scritti su questo giornale per raccontare le modalità d’azione dei malviventi: dalla banda del buco ai ladri acrobati. E altrettante analisi per studiare il fenomeno, sempre più mutevole e sfuggente. Anche oggi ci si chiede: ad abbattere la vetrina della gioielleria Curnis è stato un gruppo organizzato? Italiano o straniero? Domande che portano a risposte scontate (un blitz di quattro minuti non può essere condotto da ladri improvvisati) o che rischiano di scivolare sulla china dell’ideologia o della strumentalizzazione (bande dell’Est?). Nessuno vuole affrontare il tema con superficialità ma, al di là di tutte le domande e le denunce possibili, c’è un’unica triste certezza: la Bergamasca è terra di saccheggio.

I dati presentati all’apertura dell’anno giudiziario indicano ormai da tempo che il fenomeno c’è, è radicato e non retrocede. Sono 6.300 i colpi denunciati, ma sappiamo che sono tanti anche quelli non dichiarati perché spesso le vittime preferiscono sopportare la razzia di qualche catenella piuttosto d’ imbarcarsi in una giornata campale immersi nella burocrazia tra verbali e richieste danni. Per poi sentirsi dire dallo sconsolato poliziotto o carabiniere di turno: le suggerisco di mettere un allarme o le grate alle finestre.

Anche una recente classifica nazionale, se ancora avevamo dubbi, ci ha «promossi» tra i territori più derubati d’Italia. La Bergamasca è diventata un enorme gruviera sul quale il topo si avventa famelico. E allora ci si chiede perché produrre ricchezza debba essere inversamente proporzionale alla sicurezza. Lo Stato dove è? Sono anni che ascoltiamo promesse di nuovo organico per le forze dell’ordine da impegnare sul nostro territorio. Promesse non mantenute. E poi ci si scandalizza se il cittadino si organizza per controllare in modo autonomo la propria via, il proprio paese. Per carità, nonostante la comprensibile esasperazione, qui nessuno invoca il Far West, la pistola facile come in America. Però il diritto alla sicurezza e alla protezione lo pretendiamo. Invece ci si sente sempre più la periferia dell’impero. Una periferia che ha i suoi rappresentanti a Roma e dai quali vorrebbe maggiori certezze. Lo scorso anno, quando in pieno centro vennero colpite la gioielleria Cornaro e la pellicceria Marega, i nostri parlamentari si affrettarono a dichiarare: «Pronti a fare la nostra parte, facciamo squadra». Ecco, oggi, per favore, non ripetete questa frase inflazionata che se davvero fosse stata applicata tante volte quanto è stata pronunciata, adesso saremmo campioni del mondo di sicurezza. Ed evitiamo la banalità del «costituiamo un tavolo», ormai a Bergamo ci sono più tavoli che sedie. Ora che anche il cuore è stato ferito, non è più tempo di parole.


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