Referendum e banche C’è Renzi nel mirino
Matteo Renzi (Foto by Ansa)

Referendum e banche
C’è Renzi nel mirino

Renzi ha fatto di tutto, e di più, per tenere in vita la luna di miele con gli elettori, sorta splendente al momento della sua scalata a Palazzo Chigi. Non poteva certo illudersi che questa magica stagione durasse illimitatamente. Non avrebbe, però, nemmeno mai immaginato che il suo orizzonte si potesse oscurare così rapidamente.

Lo stato attuale di sofferenza del governo è ben evidenziato dalle rilevazioni demoscopiche. È vero che queste non sono la sicura prefigurazione del futuro voto degli italiani ma colgono, quanto meno, orientamenti in corso. Ora, il loro verdetto risulta allarmante per le sorti del governo e di Renzi in particolare. Non solo se si votasse oggi il Pd cederebbe ai Cinquestelle la posizione di primo partito, ma risulterebbe nettamente soccombente nei confronti della new entry nel panorama nazionale anche nel caso di ballottaggio.

Il grave della situazione è che l’attuale perdita di favori del capo del governo non si può considerare il frutto di una temporanea, fisiologica flessione di popolarità che puntualmente si registra a metà mandato. Essa appare, invece, assai più la conseguenza di una serie convergente di difficoltà intervenute in corso d’opera a rallentare - ma, non si può escludere, a bloccare - il cammino dell’esecutivo.

Non bastava il carattere asfittico dell’incipiente crescita. È calato anche il gelo della Brexit che ha fatto drasticamente ridimensionare le stime su Pil, investimenti, consumi e conseguentemente anche su occupazione. E non finisce qui. È esplosa in contemporanea la crisi dei nostri istituti di credito. C’è poco da rallegrarsi nel constatare che non siamo soli in Europa a doverci leccare le profonde ferite su questo versante. Al momento, però, sono le nostre banche nell’occhio del ciclone e l’esperienza ci insegna che la speculazione internazionale non allenta il morso sulla preda in mancanza di convincenti misure tempestivamente adottate da chi di dovere.

Facile a dirsi, ovviamente, ma maledettamente difficile a farsi, visti i vincoli comunitari che vietano un soccorso salvifico da parte degli Stati e ferma restando la scontata impopolarità dei governi che erogano aiuti, più che alle banche, a banchieri per i quali vale la cinica regola per cui i profitti sono privati e le perdite invece pubbliche. Si può far affidamento sul fatto che l’Italia non è Cipro, ossia che is too big to fail, è troppo grande per fallire. Non si può, però, non convenire che si sta camminando sull’orlo di un precipizio. S’è vista la tempesta che ha scatenato il recente default di banche, seppur minori, come le quattro toscane.

Sono queste le difficoltà più serie di cui soffre oggi il governo, ma non sono le uniche. Che dire del flusso ininterrotto e crescente degli arrivi di profughi e migranti sulle nostre coste che nessun altro Paese accetta di ospitare e che tanto allarme – a buon pro dei partiti populisti – crea? Puntualmente poi disagi e sofferenze sociali stanno presentando il conto alla politica. Incombe il referendum sulle riforme istituzionali, in calendario per ottobre-novembre.

Difficile capire qualcosa del dispositivo previsto dal nuovo testo di legge, ma è facile capire che le opposizioni, interne ed esterne al partito, aspettano Renzi al varco per renderlo - diciamolo con un eufemismo - più ragionevole. Messaggio ricevuto. Il giovin Fiorentino ha abbassato le ali. Nega di voler trattare modifiche al testo ma i suoi vice e collaboratori stanno lanciando segnali di disponibilità, innanzitutto a declassare l’appuntamento elettorale perché da sostegno plebiscitario al premier diventi un semplice via libera alla riforma. In secondo luogo, vagheggiano la possibilità di correggere l’Italicum per scongiurare che il combinato disposto di un pronunciato rafforzamento dell’esecutivo e la formazione di una maggioranza troppo prona al capo del governo apra la strada ad un regime.

Del resto conviene anche a Renzi cambiar il premio di lista in premio di coalizione, visto che l’attuale meccanismo favorirebbe, non più il Pd, ma il M5S. Ma può un leader spavaldo come lui accettare di trasformarsi in un’anatra zoppa?


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