Risiko califfato minaccia globale

Risiko califfato
minaccia globale

Quando, l’11 settembre, Obama dichiarò guerra al Califfato proclamato il 29 giugno, avvertì che per «demolire e sconfiggere» il nuovo nemico sarebbero stati necessari tempo e mezzi in abbondanza. La realtà si è rivelata ancora più difficile di quanto il presidente americano si aspettasse.

Finora, l’intervento degli Stati Uniti e di una coalizione (in parte rimasta solo sulla carta) di quaranta Paesi, dall’Arabia Saudita alla Danimarca, a sostegno del governo iracheno è riuscito solo a fermare l’avanzata delle truppe dell’Isis su Baghdad, a riconquistare la diga di Mosul sull’Eufrate e a salvare la roccaforte curda di Kobane. Ma gli jihadisti rimangono in possesso di un terzo dell’Iraq e di un quarto della Siria, dove hanno creato un vero Stato, con proprie istituzioni e riscossione delle tasse.

Sebbene abbiano rotto con la vecchia struttura di Al Qaeda, da cui derivano, devono essere considerati i veri eredi di Osama Bin Laden, e il Califfato che hanno fondato - e che nei loro intenti dovrebbe un giorno estendersi a tutto il mondo musulmano - è paragonabile all’Afghanistan del 2000 governato dai Talebani: un grande campo di addestramento per chi vuole combattere contro l’Occidente.

Gli Stati Uniti, restii a impiegare truppe di terra in Medio Oriente dopo le negative esperienze degli ultimi anni, speravano che le sempre più massicce incursioni aeree, la ricostruzione di un esercito iracheno allo sbando, la fornitura di armi ai peshmerga curdi, l’entrata in campo delle milizie sciite e l’aiuto – neppure troppo occulto – dei «nemici» iraniani sarebbero stati sufficienti a sconfiggere un esercito di non più di 25-30 mila uomini, composto per la metà da stranieri tra cui circa 3.000 musulmani cresciuti in Occidente.

Invece, una serie di problemi ha fin qui bloccato la controffensiva. L’esercito iracheno si è dimostrato così inefficiente, che Obama ha dovuto inviare in suo soccorso 3.100 «consiglieri», da poco autorizzati anche a partecipare ai combattimenti. I raid aerei funzionano finché si tratta di colpire raffinerie, caserme, depositi di armi, occasionali convogli militari individuati dai droni, ma sono limitati dal timore di colpire la popolazione civile tra cui i nemici si nascondono. Questi dispongono, un po’ grazie al saccheggio dei depositi siriani e iracheni, un po’ grazie ad acquisti sul mercato, dell’equipaggiamento di un esercito moderno, con tanto di artiglieria, carri armati, droni, tecnologie avanzate e perfino armi chimiche, usate in almeno due occasioni.

La scorsa settimana, gli Usa hanno fatto arrivare di rinforzo dieci aerei A-10 e sei droni Reaper, capaci di attaccare a bassa quota, ma il problema della individuazione degli obbiettivi rimane e diventerà ancora più acuto quando le truppe di Baghdad tenteranno la riconquista di Mosul. Ancora più complicata è la situazione nella parte siriana del Califfato, dove la coalizione non dispone di truppe di terra e si trova di fatto schierata con il dittatore Bashar el Assad, che Obama ha dichiarato più volte di volere rimuovere. Nell’insieme, la coalizione manca di obbiettivi politici realistici, perché non si vede come potrà conciliare gli interessi dei suoi vari componenti o ripristinare lo status quo ante.

Un altro problema è la grande disponibilità di danaro dell’Isis, che gli permette di stipendiare i suoi combattenti e provvedere dei servizi essenziali i sei-sette milioni di persone che si trova ad amministrare. Il grosso del tesoro è costituito dal miliardo e mezzo di dollari sottratti dalle banche nei territori occupati, ma ci sono anche 40 milioni di donazioni ricevute da privati di tutto il mondo islamico, i 6 milioni al giorno derivati dalla vendita di petrolio sul mercati nero (soprattutto in Turchia, un membro della coalizione), dai riscatti degli ostaggi, dalle estorsioni ai danni di «infedeli» e perfino da un attivo commercio di reperti archeologici di cui la zona occupata è ricchissima.

Con tutto ciò, rimane altamente improbabile che il Califfato, cui pure hanno aderito importanti organizzazioni jihadiste nel Sinai e in Libia, riesca ad allargarsi oltre i confini attuali e meno che meno a conquistare Roma. Tuttavia, la sua eliminazione rimane problematica e finchè sussisterà sarà una minaccia per tutto l’Occidente.

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