Sbagliato considerare obsoleto il liberismo

Sbagliato considerare
obsoleto il liberismo

Nel recente G 20 di Osaka Wladimir Putin ha suscitato una certa sorpresa per aver affermato: «Il liberismo è un’idea obsoleta». È abbastanza evidente che questa sua convinzione sia influenzata dall’attuale situazione politica ed economica della Russia ove si va affermando una vera e propria oligarchia. Basta rivolgere, invece, lo sguardo alle vicende degli ultimi due secoli per giungere a conclusioni assai diverse. I principi della teoria economica classica fondati sulla libera concorrenza e il libero mercato, il cosiddetto «laissez faire», si sono affermati a partire dal secolo XVIII con la prima rivoluzione industriale e la nascita nel mondo occidentale del «capitalismo».

Secondo questi principi lo Stato migliore è quello che interviene meno, poiché i processi automatici del mercato assicurano da soli l’efficiente impiego e distribuzione delle risorse. Questa concezione liberista è stata messa in discussione quando, per contrastare crisi economiche, molti Paesi hanno dovuto ricorrere a interventi pubblici. In Italia, ad esempio, la crisi del 29/30 ha richiesto vaste nazionalizzazioni nei settori bancario e industriale per salvare imprese sull’orlo del fallimento. Dal secondo dopoguerra, però, hanno ripreso vigore i principi della concorrenza e della libertà degli scambi che sono i principi ispiratori del progetto europeo.

A partire dagli anni Novanta, però, un rapido processo di globalizzazione dei mercati ha portato a un’abnorme crescita del settore finanziario, che ha penalizzato l’economia reale e creato problemi soprattutto alle imprese tecnologicamente meno avanzate. Ne è seguita una pesante crisi che, a partire dal 2008, ha riproposto la necessità di interventi da parte dello Stato. Negli Stati Uniti il Presidente Trump, con la sua «America first», ha esaltato il «sovranismo», rendendosi protagonista di misure «protezionistiche» certificate. Questa tendenza è stata confermata dall’assegnazione del premio Nobel a Paul Krugman, teorico del «neoprotezionismo». Lo stesso Krugman, peraltro, ha in più occasioni dichiarato che il ricorso a politiche protezionistiche dovrebbe costituire solo una fase di passaggio per il superamento di situazioni di crisi. Il persistere d’interventi protezionistici rischierebbe, infatti, di creare «guerre dei dazi» tra vari Paesi, che possono rappresentare il punto di partenza di contrasti ben più cruenti. Nonostante siano oggi di moda «sovranismo» e «protezionismo», nessuno può sostenere che un Paese sia in grado di progredire contando esclusivamente sulle proprie risorse economiche e rinunciando al libero scambio con altri paesi. Una qualsiasi macchina, dalla lavastoviglie, al frigorifero, non è il risultato di una produzione esclusivamente nazionale, bensì la conseguenza di una specializzazione dei mercati e della maggiore cooperazione internazionale basata sullo scambio. Ciascun paese si specializza sempre più nelle risorse nelle quali ha un «vantaggio comparato» verso gli altri, partecipando così con minori costi complessivi al risultato finale. Gli scambi internazionali sono ormai parte integrante dello sviluppo economico di ogni paese, avendo contribuito a creare ricchezza, a diminuire il prezzo dei prodotti e ad accrescerne la qualità. Il successo di ogni economia nazionale sarà tanto più evidente quanto maggiore risulterà la capacità di mettere a fattor comune scelte geopolitiche internazionali divenute ineluttabili: libertà degli scambi; ricerca della qualità dei prodotti; condivisione di norme internazionali che tutelino lo sfruttamento del lavoro; evoluzione dei processi di digitalizzazione; sperimentazione di tecnologie sempre più avanzate. Queste idee liberiste sono le uniche capaci di prefigurare nuove e reali prospettive per il futuro.


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