Se il lavoro tiene in ostaggio la famiglia
mamma con un bambino sul carrello della spesa in un supermercato

Se il lavoro tiene
in ostaggio la famiglia

Papa Francesco tuona contro il lavoro alla domenica e dice in pratica, usando una metafora drammatica, che l’attuale organizzazione del lavoro tiene «in ostaggio» la famiglia. Il vescovo di Melfi Gianfranco Todisco scrive a Sergio Marchionne per chiedergli di bloccare il turno dalle 22 di sabato alle 22 di domenica.

Lo fa osservando che non sarà un gran danno se un’automobile viene consegnata al cliente con un giorno di ritardo. Così torna nel dibattito una questione che sembrerebbe molto semplice, ma che la globalizzazione dei mercati ha reso maledettamente complicata nell’analisi e nelle soluzioni. Il Papa solleva un problema reale, al quale da anni si applicano sociologi ed economisti, senza trovare una soluzione.

Anche perché l’unica soluzione possibile sarebbe quella di rivedere totalmente lo stile di vita attuale e cambiare il paradigma del rapporto tra la domanda e l’offerta. Oggi invece nel tempo dove tutto è contrasto, la parola magica, cioè conciliazione, è diventata cantilena noiosa per alcuni e drammatica per altri. Bergoglio ha detto che se l’organizzazione del lavoro tiene in ostaggio la famiglia, allora la società lavora contro se stessa, provocazione salutare, per riportare all’attenzione della politica la questione. Bisogna infatti stabilire per prima cosa chi decide: la politica o il mercato? Finora il tema della conciliazione dei tempi di lavoro ha occupato di più gli intellettuali che i parlamenti.

Non si è riusciti a trovare una soluzione per via di molti interessi contrapposti. La Chiesa ha sollevato il problema da anni. Ma sbaglia chi ritiene sia solo un argomento religioso, oltre tutto valido per tutte le religioni. Anche chi non crede infatti può misurare gli effetti positivi del riposo domenicale e di un’organizzazione del lavoro che concili i tempi della produzione con quelli dell’uomo. Eppure tutto è complicato. C’è un’offerta indotta (i centri commerciali aperti di domenica) che se all’inizio poteva apparire come un servizio, rapidamente si è trasformata in uno stile di vita e ha cambiato perfino il concetto stesso di gita: non si va più al parco, ma nel villaggio della spesa.

Oggi sono le famiglie per prime che protesterebbero se i centri commerciali venissero chiusi. Sono cambiati anche i riti di massa. All’estero tutto ciò è normale, al punto che nelle Filippine nei centri commerciali ci sono grandi chiese per la Messa. Potrebbe essere un metodo e anche una buona pratica, versione moderna dell’«ora et labora» di San Benedetto. Ma anche se così fosse ha sempre ragione il Papa: la famiglia è comunque in ostaggio. Sul lavoro domenicale è vero che i contratti prevedono soldi in più e riposi compensativi.

È vero inoltre che ci sono categorie che non possono evitare di lavorare alla domenica, dai piloti degli aerei ai conduttori dei treni ai medici, infermieri, poliziotti e anche giornalisti. Ed è vero che qui il discorso è ancora più complesso. Tuttavia se la mancanza di occupazione ha un impatto negativo sul livello del benessere bisogna riconoscere che un impatto altrettanto negativo hanno impegni lavorativi che impediscono di conciliare tempi di lavoro e di vita familiare e sociale.

Dunque ha ragione Marchionne, ma ne ha altrettanta il vescovo Todisco. Niente è impossibile, neppure il contrasto della globalizzazione selvaggia. Ma occorrono le idee e non solo i numeri da mettere sul tavolo. Bergoglio ha solo ricordato che le idee corrono libere e producono frutti se nessuno le tiene in ostaggio: i politici che non decidono di governare l’economia, i supermanager che si sentono come Mandrake, e chi concorda che la domenica è sempre domenica, ma poi si infila al centro commerciale.


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