Se Salvini non migra dalle parole ai fatti

Se Salvini non migra
dalle parole ai fatti

La stretta del ministro Salvini sui migranti ha migliorato, ed era scontato, i sondaggi nei confronti della Lega, in sorpasso sui Cinquestelle alla vigilia del ballottaggio in numerosi Comuni, grazie anche al consenso del ceto medio, un tempo moderato e storicamente dispensatore di voti. Se questo è il dato virtuale, quello reale pone una domanda: oltre alle intenzioni di voto per i sovranisti, sono migliorate anche le soluzioni per i problemi dell’Italia, la sua cultura, il suo modo di essere, la ricucitura delle fratture? Ne dubitiamo, anche perché il governo del cambiamento è parso rassicurante proprio quando ha promesso di non cambiare alcuni fondamentali, come l’appartenenza all’euro.

In sostanza, e in modo un po’ paradossale: l’esecutivo è credibile nella misura in cui disattende i punti meno credibili (e non auspicabili) del contratto. L’eccezione a questa regola riguarda la gestione migratoria, e in parte le alleanze in Europa, dove la politica del governo è quella del ministro dell’Interno, il quale è insieme partner, formalmente socio di minoranza e di fatto capo dell’alleanza. L’uomo che dà la linea. In una grammatica comunicativa da trincea, l’attacco ai rom funziona, forse più che contro i migranti e infatti anche ieri ha rilanciato: c’è sintonia fra cattivismo politico e preoccupazioni della società italiana, fra costruzione di emergenze e situazione reale che nessuno nega.

Quello di Salvini è un crescendo straripante, fa surf sul rancore sociale, mentre da un ministro sarebbe lecito attendersi la costruzione delle condizioni per una società più sicura in quanto più giusta. Il capo leghista, lo abbiamo visto con Aquarius, ha già dimostrato di essere disponibile a piegare le norme fino al limite della violazione. La sua prosa rimane una fiammata da campagna elettorale permanente, sostando sui dati simbolici negativi. Chi soffre non è altro che nella bambagia di una incontenibile pacchia. E poi quei rom italiani che «ce li dobbiamo tenere», per cui dall’invocazione «prima gli italiani» siamo allo stadio successivo, quello riservato agli «italiani veri».

C’è chi ritiene che Salvini sia un genio della comunicazione, tuttavia gli arnesi paiono quelli dei mai tramontati volonterosi demagoghi. I quali non hanno la pretesa di volgere il falso in vero, bensì utilizzano strumenti più insidiosi: trasformare in vero il finto, il quasi-falso o il mezzo-vero a seconda delle convenienze. Salvini deve accelerare: sa che la luna di miele con il Paese non durerà a lungo, che gli è andata di lusso con la Spagna socialista, che la cortina fumogena dell’oltranzismo gli può venire utile perché gli sbarchi sono in aumento e che il momento è opportuno per la spallata definitiva agli assetti in Europa.

Di questo arrembaggio se ne sono accorti in ritardo il premier Conte, a quanto pare piuttosto irritato, e Di Maio, alla guida di un non partito che deve misurarsi con un partito vero e fedele come la Lega. Fin qui il leader dei grillini ha giocato di rimessa in un sodalizio asimmetrico, salvo prendere le distanze, per la prima volta, sui rom. Conte, con un approccio responsabile, è impegnato ad accreditare in Europa il governo del cambiamento. Si capisce così perché i due, Di Maio e il premier, per arginare l’offensiva salviniana spostino il faro, come è avvenuto nell’incontro di Conte con la Merkel, sui temi sociali e sul reddito di cittadinanza, questioni spendibili e dove le soluzioni possono risultare più condivise. Il punto di forza del titolare del Viminale è l’aver risvegliato i sonnambuli europei che molto hanno detto e poco hanno fatto in un continente in cui il futuro di ogni leader si gioca sul tema ipersensibile del contrasto all’immigrazione. Il lato debole è che non si capisce dove stia la difesa dell’interesse nazionale.

Essere parte dell’alleanza sovranista penalizza i nostri legittimi interessi, perché il respingimento automatico dei richiedenti asilo verso gli Stati di primo transito chiesto da ungheresi, austriaci e bavaresi ricadrebbe ancora in modo unilaterale sulle nostre spalle. La partita finale si gioca a fine mese con il vertice europeo, il cui esito condizionerà la resa dei conti fra la Merkel, nel frattempo attaccata in modo frontale da Trump, e i cugini bavaresi in rivolta. La cancelliera, nel bene e nel male, è garante degli equilibri a Berlino e a Bruxelles, ma ora dopo 13 anni rischia di uscire di scena, perché il cuore della crisi è in casa sua. Il momento di maggior debolezza della Merkel diventa una questione europea, rivalutando l’utilità e il valore della cooperazione, che gli stessi tedeschi non sempre hanno esercitato: il governo italiano dovrà dire, a una sola voce, con chi stare.

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