Segnali di ripresa
ma la paura resta

Proprio il giorno in cui finiamo di pagare le tasse (proprio così, in media lavoriamo per il fisco quasi sei mesi all’anno, fino al 23 giugno, la data che segna la nostra liberazione fiscale) l’Istat ci offre un quadro di luci e ombre sulla ripresa del Paese. Una ripresa che c’è e non c’è.

Segnali di ripresa ma la paura resta

L’economia italiana pare un aeroplano che è riuscito a decollare ma che non riesce a prendere quota, con improvvise impennate e bruschi saliscendi. Il fatturato dell’industria italiana in aprile è infatti sceso nuovamente, mentre è boom degli ordinativi, che registrano una forte rialzo sia su base tendenziale (più 7,9 per cento rispetto allo scorso anno, ai massimi dal 2011) che congiunturale (più 5,4 per cento rispetto al mese precedente, ai massimi dal 2010). Significa che tornano le commesse (ed è un buon segno) ma che per vendere siamo costretti ad abbassare i prezzi, che il volume d’affari è ancora ai minimi e soprattutto che siamo ancora lontani da una robusta ripresa.

Le note dolenti riguardano il fatturato dell’industria, che ha registrato una diminuzione dello 0,6 per cento rispetto al marzo scorso, con variazioni negative sia sul mercato interno che su quello estero. L’incremento più rilevante si è registrato nella fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica (più 40,0 per cento), mentre una flessione si osserva solo nella fabbricazione di apparecchiature elettriche (meno 31,5 per cento). Vanno bene anche le vendite al dettaglio. Ad aprile 2015 l’indice destagionalizzato è aumentato dello 0,7 per cento rispetto a marzo 2015. Se pensiamo che dal punto di vista del commercio in novembre la situazione era davvero drammatica, soprattutto per ristoratori, bar, librerie e abbigliamento, allora possiamo sperare in qualcosa di diverso per il prossimo autunno. Diverso, ma non troppo.

Ma che valore dobbiamo dare dunque a questi dati macroeconomici? Significa che stiamo vivendo una fase di ripresa? I dati dell’Istat, per certi aspetti, sono confortanti e confermano che qualcosa finalmente si intravede una luce in fondo al tunnel. Ma la luce resta lontana. Questo è il motivo per cui la percezione di quello che avviene intorno a noi a livello economico non è certo quella di un boom economico.

Non stiamo andando incontro ad anni ruggenti. E i dipendenti e dirigenti dell’Azienda Italia lo sanno. Secondo Confesercenti sette italiano su dieci non vedono alcun miglioramento, addirittura otto su dieci in un sondaggio analogo tra imprenditori. Non illudiamoci: ci vorranno anni e anni per tornare ai livelli pre-crisi del 2008. Intorno a noi continueremo a vedere bar che spariscono, aziende che chiudono, negozi che abbassano la serranda definitivamente. E anche difficile che l’occupazione torni ai livelli del 2007.

Ecco perché accanto a misure atte a rafforzare la ripresa devono essere messe in campo iniziative di Welfare per sostenere chi non avrà molte possibilità di rientrare nel mercato del lavoro. Non ci aiutano nemmeno le altre economie, come quella statunitense, che nei confronti di quella italiana ha sempre fatto da volano. Purtroppo un’altra cattiva notizia è che anche gli Stati Uniti, dopo una prima fase davvero impetuosa, hanno rallentato bruscamente. Del resto in Italia abbiamo perso venti punti di Prodotto interno lordo in quasi sette anni: un impoverimento spaventoso.

Se la crescita rimane lenta e costante, ma su percentuali da prefisso telefonico (o poco più, diciamo tra l’uno e il due per cento) gli economisti prevedono che ci vorranno vent’anni per riprenderci. Se invece la crescita diventa più robusta, oltre il tre per cento, allora ne basteranno (si fa per dire) solo dieci. Il tutto nella speranza che non arrivino altre crisi congiunturali.

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