Sindaci al verde ma tutori del sociale

Sindaci al verde
ma tutori del sociale

La sorpresa è solo relativa, almeno che per chi conosce la serie storica della Bergamasca: la Grande Crisi ha rivalutato la figura dei sindaci e, per estensione, degli amministratori comunali. Facciamo la media ponderata: un’assoluzione, sia pure con riserva. Lo dice il Rapporto Osservatorio Ipsos-Anci Lombardia presentato nei giorni scorsi a Bergamo, che può essere completato da una considerazione in più: il «partito dei sindaci», fra legge elettorale che ha creato un rapporto diretto con gli elettori nel segno della stabilità e la formazione di una nuova classe dirigente, è una delle poche riforme della Seconda Repubblica meritevole di essere tramandata.

E lo è per una serie di motivi aggiuntivi. In un gioco di specchi non sempre veritiero, l’umore nero dei lombardi, precipitato nell’ultimo scorcio del 2014, si ritrae quando si parla di sindaci: nel 2011 quasi la metà dei cittadini li considerava nell’oligarchia della Casta, oggi la quota è scesa al 34%. Nel discredito diffuso e senza paracadute della politica, dal livello nazionale a quello regionale, l’enclave dei sindaci si ritaglia una nicchia con una clausola di salvaguardia: il sociale. La ritrovata considerazione dei primi cittadini è direttamente proporzionale alla possibilità-capacità dei primi cittadini di tutelare i servizi alla persona.

L’aspetto politico è questo: sul versante social siamo alla linea del Piave e il presidio è stato sin qui garantito dalle amministrazioni comunali. Il sindaco come sentinella del Welfare. Oltre c’è solo lo sfondamento del fronte. Certo, una parte della promozione va messa nel conto della natura istituzionale del sindaco, quella di prossimità, la più vicina ai cittadini e alle loro sensibilità: il contribuente che non sa più che pesci pigliare, che non riesce a reggere l’urto della recessione-deflazione, recupera un legame fiduciario con l’istituzione che incontra fuori casa.

È come se, smarriti i riferimenti e le postazioni di pronto soccorso, tutto fosse riconducibile all’approdo più facilmente abbordabile, a quel contenitore amministrativo che anestetizza i fabbisogni reali, in grado di prendersi cura delle fasce vulnerabili. In una regione, la Lombardia, dove il 37% dei cittadini teme di perdere il lavoro, il 54% è stato colpito dalla crisi, la disoccupazione è balzata dal 5,8% all’8,8% e quella giovanile ha sfondato il tetto del 30% e dove è quasi raddoppiata, dal 5% al 9%, la schiera di chi è scivolato sulla soglia della povertà. Questi standard regionali sono più contenuti rispetto al trend nazionale, ma l’impatto psicologico negativo è superiore: ricade su un’area di benessere e di piena occupazione, rotolata in un’aritmetica a lei sconosciuta e perciò traumatica.

Da qui la sofferenza di una comunità depressa che chiede di essere capita e aiutata. E da qui la domanda: che tipo di relazione si instaura fra bisogni e risposta dell’ente locale? I Comuni sono stati maltrattati da un taglio di trasferimenti statali che ha avuto tratti da accanimento terapeutico su un corpo peraltro che godeva di discreta salute. Dal 2010 al 2014 la sforbiciata per i Comuni lombardi è stata di 1,8 miliardi e i fondi nazionali per le politiche sociali si sono ridotti da 150 milioni a 8: in totale 317 milioni di euro di investimenti lordi in meno in un quadro di precaria programmazione esistenziale.

La recente Legge di stabilità ha fornito un assist con l’allentamento del 60% del Patto di stabilità, che tuttavia è più che compensato (nel caso di Bergamo) dalla riduzione di 4 milioni di euro della spesa corrente, cioè dei servizi. Con la crisi che la fa da padrona, i sindaci hanno parato la botta con una strategia difensiva,stabilendo una gerarchia socialmente sostenibile: risparmi sulla manutenzione (e pazienza se abbiamo le buche nelle strade, serve il senso delle proporzioni), primi aumenti delle tariffe, ma tenuta dei servizi sociali (asili nido, assistenza agli anziani, Welfare comunitario).

Aumentano le richieste di sostegno che i primi cittadini faticano a fronteggiare: un argine sotto pressione, rivolgersi per competenza al sindaco Giorgio Gori. L’arco nevralgico è in questo scarto fra domanda e offerta, fra segmenti sociali che hanno bisogno di essere difesi e guidati e casse comunali che prima o poi potrebbero intervenire, loro malgrado, sulla carne viva dei cittadini.

Tanto più che s’indebolisce il gioco di sponda con la Provincia, il convitato di pietra ridotto dalla riforma Delrio a junior partner e a vittima di un radicale ridimensionamento di fondi e di status istituzionale. È in questa ridotta, nell’ultimo miglio di un’esistenza dignitosa e ancora governabile, che i sindaci e con loro i cittadini più bisognosi si giocano la partita che vale un destino.


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